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Garibaldi sconfitto a Calatafimi: tra menzogne
e tradimenti inizia la dissoluzione del Regno (1/3)

di Giuseppe Di Bella
13 settembre 2009 22:12
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www.italiainformazioni.com

Premessa: un documento inedito

  

A causa dei suoi limiti oggettivi e strutturali, non sempre la storiografia è riuscita a correlare adeguatamente tutti gli atti documentali disponibili e tutti i singoli episodi che compongono i grandi avvenimenti della nostra storia, in una visione globale dei fenomeni.

 

Nel caso che esamineremo, l’occasione per rivisitare e mettere in relazione tra essi alcuni atti ed avvenimenti, ci è offerta dal ritrovamento di un documento, i cui contenuti sono sostanzialmente noti, ma che presenta una diversa forma di divulgazione, in relazione all’autorità da cui esso promana ed ai destinatari, che gli fanno assumere una ulteriore valenza sistematica.

 

L’atto originale da cui muove la nostra indagine, è stato diffuso in Sicilia il 19 maggio 1860, e rende pubblico un telegramma inoltrato dopo la battaglia di Calatafimi, con il quale si annuncia la completa vittoria dell’esercito borbonico e la disfatta dei garibaldini.

 

E’ noto che la falsa notizia della sconfitta di Garibaldi a Calatafimi, inviata da Palermo a Napoli, venne diffusa dal Ministero degli esteri duosiciliano in tutte le capitali europee. Ma il ritrovamento in Sicilia, della circolare di cui subito ci occuperemo, certifica che la stessa notizia è stata diramata da Napoli il 18 maggio 1860, anche ai Comandi militari ed alle Intendenze siciliane, e da queste ai Comuni dell’Isola.

 

La circolare a stampa dell’Intendente della provincia di Catania, datata 19 maggio 1860, di cui vediamo in foto una parte, è stata ritrovata tra le tante carte conservate da decenni nella casa paterna.

 

La lettera era inclusa in un carteggio, solo in parte salvato dalla distruzione presso una cartiera siciliana dove, nel 1968, un intero archivio di provvedimenti legislativi, gazzette ed atti amministrativi, era stato scaricato in attesa di essere ridotto in poltiglia dalla molazza, per la produzione di carta riciclata.

 

Dall’intestazione di qualche fascicolo, si desumeva che l’archivio era stato “scartato” e inviato al macero, da un Comune della Sicilia orientale.

 

Il testo del documento, che appunto annuncia la sconfitta di Garibaldi a Calatafimi, è veramente sorprendente: si inserisce nel complesso ed a tratti misterioso susseguirsi di avvenimenti che portarono alla dissoluzione del Regno delle due Sicilie.

 

Lo analizzeremo, all’interno di una cronologia ragionata dei fatti noti, per comprenderne i significati reconditi, nella consapevolezza che pur non sciogliendo il mistero che circonda la resa delle preponderanti truppe borboniche nei confronti dei garibaldini e degli insorti, aggiungeremo un elemento di riflessione su una vicenda ancora oggi viva nello spirito nazionale.

 

Aleggia da sempre sull’impresa garibaldina, il dubbio del tradimento di alcuni comandanti dell’esercito borbonico; questo spiegherebbe molti aspetti della vicenda, che al contrario dovrebbero essere motivati con la totale incapacità militare dell’esercito di Francesco II e dei suoi generali, una inettitudine che non è verosimile, come non è credibile la lunga serie di errori tattici, politici e militari, commessi da diversi comandanti, che porteranno Garibaldi a Napoli.

 

Ecco il contenuto del documento che vediamo in foto, sotto la veduta di Palermo:

 

“L’ Intendente della Provincia di Catania

Rende a pubblica notizia, il seguente telegramma: « S. E. il Ministro di Sicilia ed il Colonnello Severino

“Agl’ Intendenti e Comandanti le Armi in Sicilia”.

“Le bande di Garibaldi attaccate con impeto alla bajonetta, dalle Reali

Truppe a Calatafimi, sono state messe in piena rotta,

lasciando molti morti e feriti, fra i quali uno dei capi che guidava la bandiera.

Napoli 18 (maggio 1860) ore 1 p. m.

L’ Uffiziale Interprete Telegrafico

GENNARO BATTINELLI

Catania, 19 maggio 1860.

L’ Intendente

FITALIA

 

Alcune avvertenze sono necessarie: nella sterminata bibliografia garibaldina esistente, (stimabile in 150.000 volumi, oltre a milioni di articoli e ad 8.000.000 di ricorrenze nel web) non vi è una versione storica condivisa dei fatti di cui ci occupiamo. Gli stessi resoconti degli scrittori garibaldini, Abba, Guerzoni, Nievo, Mario, Bandi, de Fouvielle, Du Camp ed altri, che parteciparono all’invasione della Sicilia, ci hanno consegnato visioni diverse e parziali degli avvenimenti. Vi è assoluta discordanza persino sulla consistenza delle forze in campo.

 

Ulteriore oggettiva difficoltà, è indotta dalla sussistenza in questo enorme corpus storico letterario, di innumerevoli opere segnatamente agiografiche sull’impresa dei Mille, nell’ambito delle quali mal si distinguono i fatti dalle opinioni, la verità dalle menzogne surrettizie, preordinate a sostenere tesi preconcette o di comodo: le stesse memorie del Generale, risultano inevitabilmente parziali ed alquanto letterarie.

 

A fronte della complessità delle fonti, in parte inquinate dalla storiografia agiografica e ciecamente unionista, abbiamo cercato di seguire la strada di una sintesi ragionata delle informazioni, identificando i dati a più alto indice di oggettività, nei limiti delle attuali conoscenze.

 

La nostra ricerca è quindi preordinata in primo luogo a consolidare la tesi secondo la quale il generale Landi non impegnò tutte le forze a sua disposizione nella battaglia di Calatafimi, e poi ad enucleare una serie di atti e di decisioni, politiche e militari, dei comandanti duosiciliani, che nel loro insieme non possono essere spiegati e liquidati come “errori”, ed infine metterli in relazione con i contenuti del documento.

Proveremo a delineare, in una lettura di più sereno respiro, lo scenario di fondo sul quale si agitano i protagonisti della fine del Regno delle due Sicilie, la cui eclisse affonda le sue radici in avvenimenti lontani dall’impresa garibaldina.

 

Le forze in campo: da Marsala a Salemi

 

Per inquadrare compiutamente il significato del documento, è necessario delineare la situazione militare e dei comandi borbonici nell’Isola, ripercorrendo brevemente questa esiziale pagina della vicenda siciliana.

 

 

Al fine di una puntuale comprensione degli avvenimenti, vediamo quali erano verosimilmente le forze su cui potevano contare i due schieramenti.

 

Nel maggio del 1860, l’esercito borbonico contava circa 24.000 uomini dislocati nella Sicilia occidentale, tra questi vi erano i reparti di punta, ovvero il reggimento carabinieri a piedi; il 2°, l’ 8°ed il 9° battaglione cacciatori; il 3° battaglione carabinieri cacciatori ed il reggimento cacciatori a cavallo.

 

Le forze dislocate nella Sicilia orientale assommavano a circa 12.000 uomini.

Garibaldi ed i suoi mille, in realtà 1088 più una donna in abiti maschili, Rosalia Montmasson compagna di Crispi, erano sbarcati a Marsala approfittando delle informazioni fornite da una nave inglese incrociata presso le Egadi.

 

Nessun rilievo militare ebbe la richiesta dei comandanti di due navi inglesi ormeggiate nel porto di Marsala di ritardare il bombardamento da parte delle navi borboniche, arrivate a Capo Lilibeo quando i garibaldini erano già a terra.

Nessuna protezione attiva né passiva, ebbero i Mille da parte degli inglesi in questa circostanza.

 

Lo sbarco era originariamente previsto a Sciacca, ma un insieme di avvenimenti casuali ed appunto le informazioni ricevute da una nave inglese, convinsero Garibaldi ad entrare nel porto di Marsala che si riferiva essere indifeso.

 

La scelta di Sciacca, o di un luogo decentrato rispetto alla Capitale, quale approdo dei Mille, aveva una ragione essenziale: lo sbarco era preordinato a provocare, alimentare ed organizzare la sollevazione generale delle popolazioni. Quindi da Sciacca più colonne avrebbero dovuto indirizzarsi in ogni direzione, per poi convergere a Palermo con migliaia di insorti al seguito.

 

Garibaldi non pensava assolutamente di poter combattere neanche una battaglia con mille uomini contro il potente esercito duosiciliano. La sua titubanza a prendere il comando della spedizione, era stata determinata proprio dall’incertezza delle notizie sulle sollevazioni popolari scoppiate a Palermo il 3 aprile, invero prontamente represse, ma che Crispi aveva fatto apparire, artatamente, ancora in corso fuori dalla Capitale.

 

La Marina duosiciliana arrivata per circostanze fortuite in ritardo di due ore, ovvero a sbarco completato, catturò e rimorchiò a Napoli il Piemonte, mentre il Lombardo che si era incagliato sulle secche, venne incendiato. Le tardive bordate ferirono un cane ad una zampa.

 

L’intento di queste azioni, era quello di tagliare i ponti alle spalle di Garibaldi e precludergli ogni via di fuga per mare.

 

L’ufficio telegrafico di Marsala venne subito occupato ed il garibaldino Pentasuglia puntò la pistola al petto dell’impiegato che aveva appena finito di trasmettere a Palermo la notizia dello sbarco dei rivoltosi.

 

L’impiegato venne prontamente “sollevato dal servizio”, nel senso che lo presero in due e lo scaraventarono in strada a calci nel sedere.

 

Pentasuglia prese il suo posto e trasmise a Palermo, che intanto chiedeva particolari sullo sbarco, un nuovo messaggio comunicando essere la situazione a Marsala tranquillissima e aggiungendo “Mi sono sbagliato erano navi nostre”.

 

A Palermo il ricevitore telegrafico si trovava nella stanza di Domenico Gallotti, segretario del Luogotenente del Re in Sicilia, Ruffo di Castelcicala e l’addetto De Palma avvisò subito che a Marsala era “Cambiata la mano”. Questo fece capire a Gallotti e quindi a Castelcicala che Garibaldi era sbarcato e che Marsala era in mano ai rivoltosi. Gallotti ordinò di recidere il filo tra Palermo e Marsala.

 

Il Console inglese accolse cordialmente Garibaldi e gli diede il benvenuto in Sicilia. Contrariamente a quanto da molti e per lungo tempo affermato, non vi furono a Marsala manifestazioni di giubilo e la popolazione rimase prudentemente a guardare, rinserrata nelle abitazioni, paventando, secondo logica, un massiccio intervento dell’esercito delle Due Sicilie, da un momento all’altro.

 

Garibaldi puntò su Salemi dove, al contrario, venne accolto con favore dalla popolazione che espose il tricolore. Si ritiene che l’accoglienza di quella Città, sia stata determinata anche dalla presenza di un notabile di Alcamo, il Barone Stefano Sant’Anna che andò incontro al Generale con i suoi duecento uomini.

 

Garibaldi, incoraggiato anche dall’atteggiamento favorevole di quelle popolazioni, e soprattutto dalla inattesa ed inverosimile assenza di resistenza borbonica, sia allo sbarco che all’interno, il giorno dopo lanciò da Salemi una serie di proclami che firmò in qualità di “Comandante in capo delle Forze Nazionali in Sicilia” nonché “Dittatore nel nome di Vittorio Emanuele II Re d’Italia”. Tra questi, anche quello che dichiarava decaduta la dinastia Borbonica.

 

Durante la sosta a Salemi, il rivoluzionario francescano Padre Giovanni Pantaleo, di Castelvetrano, si inginocchiò ai piedi del Generale acclamandolo come “Messia della libertà”, protese il crocifisso verso Garibaldi e questi baciò i piedi del Redentore. Il religioso si unì ai Mille e ne divenne il Cappellano, seguendo poi Garibaldi fino a Napoli e ancora nelle successive battaglie.

 

Sopra un consunto saio, il frate indossava una grande cintura nella quale teneva un pistolone, che spesso accarezzava e palpeggiava, ed una sciabola, che non abbandonava mai, neanche durante la Messa. Dopo l’incontro col Generale, aggiunse a questa insolita tenuta una fascia tricolore.

 

Da Salemi, Garibaldi riprese la marcia verso Calatafimi, dove gli esploratori di Missori avevano segnalato le avanguardie borboniche. Il Generale era inquieto e, secondo logica, temeva un agguato da un momento all’altro. Si spostava incessantemente tra i reparti, accompagnato dal capo di stato maggiore, colonnello Giuseppe Sirtori, e dall’aiutante di campo, il colonnello ungherese Stefano Turr, ex ufficiale dell’esercito asburgico.

 

Garibaldi aveva già visto i suoi spettri, immobili sulle dolci colline del trapanese: le squadre dei picciotti, dei campieri e dei feudatari. Le loro ombre si allungavano tra i vigneti rigogliosi e sulla sua disperata impresa: i “magnate”, nobili e notabili aspettavano l’evoluzione degli eventi prima di schierarsi, attendevano l’intervento dell’esercito di Francesco II e l’esito della prima battaglia.

 

E’ il caso di far cenno che col termine “squadre”, la storiografia ha equivocamente identificato formazioni paramilitari e comunque armate, di alquanto diversa natura: dai contadini, campieri, mezzadri e gabbelloti, alle dipendenze dei feudatari, alle squadre di civili insorti. In questa confusione sono stati tralasciati notevoli indizi, che fanno presumere che alcune squadre fossero costituite da campieri “autonomi” e dai loro aggregati, da taluni indicati come nuclei della mafia rurale.

 

Sulla strada per Calatafimi, ai garibaldini si accodò anche la squadra del cavaliere Giuseppe Coppola, portando teoricamente il numero totale degli uomini di Garibaldi a circa 1500 unità.

 

Secondo alcune autorevoli fonti, le squadre di Stefano Sant’Anna e di Coppola, si unirono veramente a Garibaldi solo dopo la battaglia di Calatafimi, durante la quale tennero una posizione defilata.

 

Dai diversi resoconti degli avvenimenti, risulta infine verosimile che le squadre di Sant’Anna e Coppola, pur attive, rimasero comunque ai margini della battaglia sui fianchi dello schieramento.

 

Il generale formò due unità. Una al comando del palermitano Giacinto Carini, e la seconda agli ordini dell’impavido e sanguinario genovese Nino Bixio.

 

Garibaldi, con apposito decreto, tentò immediatamente di arruolare “come regolari“ tra le “forze nazionali”, i giovani siciliani, ma già a Salemi l’iniziativa di istituire la leva, affidata nei fatti a La Masa, fallì miseramente.

 

La leva in Sicilia era invisa alla popolazione e nell’Isola il Governo napoletano arruolava solo i volontari, tanto che ancora nel 1860, meno di un decimo dell’esercito Borbonico era composto da siciliani.

 

Contrariamente a quanto ingiustamente sostenuto, non si trattava di mancanza di coraggio o di disciplina militare: era invece uno dei tanti modi dei siciliani di dimostrarsi estranei, se non ostili, al governo napoletano, troppo lontano dai problemi del popolo siciliano e dalla sua miseria.

 

Il detto attribuito alle popolazioni dell’Isola “Megghiu porcu ca surdatu”, è da intendersi nello spirito di indifferenza, se non di avversione al governo ed alle armi borboniche, piuttosto che quale sintomo di pusillanimità, come talvolta è stato indegnamente indicato.

 

Il continuo flusso di “volontari” provenienti da fuori Sicilia, Colonna Medici, Cosenz etc., ed i reiterati ed accorati appelli del Generale ai siciliani, testimoniano la bassa partecipazione militare degli isolani all’impresa garibaldina.

 

E’ quindi un elemento che possiamo considerare abbastanza consolidato, il fatto che Garibaldi a Calatafimi disponesse nella migliore delle ipotesi, di 1500 uomini mal armati, di cui solo 36 dotati di carabine a canna rigata, ovvero di armi in grado di colpire un bersaglio distante oltre 150 metri.

 

Cavour gli aveva negato qualsiasi aiuto. La Farina gli aveva dato, “sotto banco”, 600 fucili obsoleti il cui funzionamento somigliava alla tombola. Mal funzionanti i due cannoni a disposizione, oltre alla colubrina seicentesca rapinata a Telamone, che avrebbe meglio figurato in un museo.

 

Dalla rivolta alla rivoluzione

 

 

Per una puntuale e globale visione degli avvenimenti, è essenziale evidenziare che con lo sbarco dei Mille in Sicilia, era emerso un insieme eterogeneo di rivolte e di fenomeni di banditismo e brigantaggio organizzato: questi gruppi armati, in un primo momento, in attesa degli sviluppi militari e politici degli avvenimenti, non si schierarono apertamente con Garibaldi come si è voluto far credere, bensì genericamente contro il potere costituito e in pratica contro l’esercito di Francesco II, le cui avanguardie e retroguardie vennero più volte aggredite e depredate, se non trucidate.

 

Oltre l’onda lunga della rivolta della Gancia, sostenuta in periferia da Rosolino Pilo e altrove dai “rivoluzionari” di mestiere, vi fu contemporaneamente un crescendo di sollevazioni locali delle popolazioni con connotati nettamente politico rivoluzionari, ma a ben vedere in questi casi vi era talvolta dietro le quinte, e non tanto nascosto, il signorotto locale, smanioso di cambiare re per i più disparati motivi, o che intendeva semplicemente stare “con un piede in due staffe”, memore del perdono che i Borboni avevano sempre accordato ai “rivoluzionari nobili e pentiti”, in caso di fallimento.

 

Altre volte proprio il Notabile locale ed i suoi beni, erano divenuti il bersaglio della rivolta: si aggredivano i “galantuomini” i “Cappelli” (in contrapposizione alle coppole dei popolani). E questo non era ammissibile neanche per Garibaldi, tanto meno per i Savoia. Il Plebiscito e l’annessione, troveranno nella necessità di ristabilire l’ordine sociale e nella salvaguardia dei beni e dei privilegi delle classi nobiliari e borghesi, un potente alleato, come già accaduto nel 1849.

 

Di contro il brigantaggio come guerra civile, sarà l’ultima drammatica istanza delle popolazioni meridionali tradite da una finta rivoluzione, che aveva sostanzialmente lasciato la miseria al solito posto: nelle case e nel cuore del popolo, dove non vi era spazio per immaginare un futuro e avanzava la disperazione.

 

Una parte dei disordini registrati nell’Isola, specialmente quelli verificatisi nel mese di maggio, non sono tutti da accreditare come atti rivoluzionari in senso proprio, quanto come rivolte per esplosioni di malcontento, quando non proprio fatti di criminalità organizzata che emergevano a causa della caotica situazione contingente e della mancanza di effettivo governo.

 

Risulta evidente che in quel frangente tutto ciò che accadeva, inevitabilmente indeboliva il governo borbonico, militarmente e politicamente. Ogni avvenimento, anche se chiaramente di carattere criminale, veniva letto in ottica “rivoluzionaria” anti borbonica e così tutte le sollevazioni, a qualsiasi titolo, rendevano Garibaldi ogni giorno più forte.

 

Considerato che le rivolte avevano motivazione anti borbonica, piuttosto che pro Savoia, non vi è dubbio che la situazione dell’ordine pubblico, gravemente turbata dalla nuova realtà e l’avversione delle popolazioni al potere pre esistente, giocarono un ruolo importante, anche se diverso da quello squisitamente ideologico rivoluzionario, savoiardo ed unionista, che si è voluto accreditare per oltre un secolo.

 

I moti patriottici siciliani, fin dalla sollevazione del Vespro, erano stati sempre caratterizzati da una essenziale componente nazionalista: lo stesso Parlamento rivoluzionario del 1848, intendeva ricostituire un Regno siciliano indipendente, eventualmente da confederare alla “Lega Italiana”.

 

L’aspirazione autonomista dell’Isola, era custodita ed alimentata da secoli, da una salda ed antica classe nobiliare: basta leggere i nomi dei capi dei rivoltosi di tutte le insurrezioni, per comprendere che il primo motore politico delle rivoluzioni siciliane, non era l’unità italiana, né l’abolizione della monarchia o il cambio della dinastia straniera regnante, e tanto meno un’impensabile forma repubblicana, ma l’indipendenza dell’Isola e del suo antico Regno.

 

E’ pur vero che fino al 1815, l’Isola si era dimostrata sostanzialmente fedele ai Borboni. I successivi avvenimenti, avevano mutato i rapporti tra una parte della nobiltà e la Corona: primo fra tutti la invisa unificazione del Regno di Sicilia e di Napoli e la conseguente soppressione della sua plurisecolare Corona. E poi la revoca della Costituzione del 1812, i moti del 1820 e quelli del 1836, e ancora l’esperienza del 1848 e la nuova revoca della Costituzione, il crudele ed ingiustificato bombardamento della fedelissima Messina, avranno un peso esiziale sull’atteggiamento della nobiltà siciliana.

 

Si aggiunga che il programma di riforme avviato dal Principe di Satriano, era rimasto inattuato per l’ingiusta opposizione senza quartiere del Ministro per gli affari di Sicilia, il messinese Cassisi.

 

Si consideri inoltre che questo status politico plurisecolare dell’Isola, si miscelava in modo esplosivo ed equivoco, con una situazione economica e sociale delle popolazioni estremamente grave: il barone che governava il latifondo dell’Isola, sfruttava il contadino, ma ora rigirava le responsabilità della miseria e dell’oppressione fiscale e sociale, sul governo napoletano.

 

Per la maggior parte dei siciliani, la rivolta non aveva per oggetto l’unità nazionale italiana, quanto l’affermazione di una nazionalità siciliana e soprattutto l’ottenimento di vantaggi materiali. I contadini anelavano la terra, e più precisamente i terreni demaniali, cento volte promessi e mai di fatto concessi. I nobili e la borghesia latifondista, pensavano che in uno Stato siciliano la loro forza politica ed economica sarebbe stata accresciuta ed in fin dei conti avrebbero continuato ad occupare una posizione dominante, svincolata dal centralismo napoletano.

 

La nascente borghesia industriale, invero poco auto cosciente, condizionata dalla preponderante presenza straniera e segnatamente da quella inglese, non riteneva di dover mutare la forma dello Stato o ampliare le libertà individuali, concependo un ruolo ed un orizzonte economico alquanto limitato e sussidiario: una monarchia più aperta ai traffici economici ed agli inglesi, sarebbe stata sufficiente.

 

Paradossalmente, nella rivoluzione siciliana del 1860, queste componenti si trovarono, pur con diverse se non opposte motivazioni, sulla stessa barricata.

 

Già nei primi proclami, Garibaldi aveva fatto intravedere immediati miglioramenti per le condizioni di vita della popolazione, con l’abolizione della invisa tassa sul macinato e di altri odiosi balzelli come il dazio sui legumi (la tassa sul macinato sarà reintrodotta nel 1868, provocando notevoli disordini e alcuni morti).

 

Al popolo invero non importavano i colori della nuova bandiera, o le insegne del nuovo re, quanto la speranza di un futuro migliore.

 

Nei fatti, più si delineava la vittoria dei garibaldini e l’inettitudine dei comandanti delle armi borboniche, e più i “magnate” e le bande di ribelli si schieravano e si connotavano come “garibaldine”. Più Garibaldi avanzava e più la rivolta diventava rivoluzione. (continua)

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Anonimo 20 settembre 2009   17:54
Anonimo 20 settembre 2009   15:08

Bella ricostruzione con un'efficace sceneggiatura. Si colgono elementi di grande interesse, quali l'identità delle squadre e il brigantaggio come guerra civile. a proposito del sette e mezzo, se non è stato già detto, alla rivolta parteciparono anche dei garibaldini delusi! E quanto dire.

Anonimo 19 settembre 2009   22:13
L'utente ha risposto al commento anonimo del 19 settembre 2009. Visualizza »

Si, ma comu finiu?

Perchè lei un'idea di come ci è finita,  non se l'è fatta?

Anonimo 19 settembre 2009   18:48
L'utente ha risposto al commento anonimo del 19 settembre 2009. Visualizza »

Ho sentito che si sta` pensando ad una nuova rivoluzione Siciliana contro gli italici.

Le rivoluzioni si fanno a stomaco vuoto

Anonimo 19 settembre 2009   18:43
L'utente ha risposto al commento anonimo del 19 settembre 2009. Visualizza »

Ho sentito che si sta` pensando ad una nuova rivoluzione Siciliana contro gli italici.

Sì, quando qualcuno fuma pesante a volte lo pensa. Altre volte si crede Sacro Romano Imperatore.

Anonimo 19 settembre 2009   18:37

Si, ma comu finiu?

Anonimo 19 settembre 2009   17:58

Ho sentito che si sta` pensando ad una nuova rivoluzione Siciliana contro gli italici.

Anonimo 18 settembre 2009   17:47
L'utente ha risposto al commento anonimo del 18 settembre 2009. Visualizza »

Mi associo al cortese commento rilasciato dall'anonimo lettore il 17.9.09 alle ore 23.04, che condivido pienamente.

Anch'io sto cominciando ad assaporare il gusto del sapere lasciandomi trasportare dal fascino della storia, di questa storia assolutamente sconosciuta. E pensare che stiamo parlando dei nostri avi, già perchè stiamo parlando degli avvenimenti che i nostri padri e le loro famiglie vissero in prima persona.

Anch'io ho cercato su google la rivolta del sette e mezzo (e ringrazio affettuosamente coloro i quali ne hanno suggerito la ricerca) e ancora mi riesce difficile capire come sia stato possibile che  in un secolo e mezzo di scuola italiana e regionale nessun libro di storia ne abbia fatto cenno e tantomento alcun sindaco della nostra città.

Ma questi morti ammazzati (dal nuovo stato italiano) non erano uomini, donne e bambini anch'essi ? ma non erano palermitani anch'essi ? E fin troppo facile sopprimere con la forza vite umane per ovviare alla necessità responsabile di intervenire sul popolo aiutandolo a risolvere i problemi.

Dei carabinieri conosciamo (via internet) il nome e la storia di ciascuna delle vittime ed il modo disumano in cui andarono incontro al sacrificio, ma del popolo si hanno ulteriori notizie ? Eppoi, esistono monumenti a ricordo ?

Propongo a siciliainformazioni di farsi carico di raccogliere consensi per vivere "istituzionalmente" la memoria di quella tragedia facendone conoscere la verità nella sua interezza a beneficio della nostra generazione e delle generazioni che verranno.

Comincio a pensare anch'io che la pagina di storia dell'unità d'italia che sta emergendo è una pagina macchiata di sangue dove noi siciliani siamo stati privati (forse meglio "scippati") con l'inganno prima e con la forza poi della nostra identità e, conseguentemente, della nostra libertà; e pensare che eravamo un popolo capace di compattarsi per custodire il bene comune attraverso la tutela della "dignità" della persona umana (vedi i vespri).

Esprimo sincera gratitudine al sig. Di Bella per la sua azzeccata idea di commentare i sotterfugi e gli sviluppi delle menzogne garibaldine che la storia ci ha ingiustamente tramandato e che a nostra volta abbiamo tramandato con la complicità della nostra ignoranza; ed allo stesso chiedo: "Secondo Lei, oggi Palermo corre il rischio di una rivolta popolare contro l'amministrazione comunale tanto intenta a non accorgersi delle primarie necessità del suo popolo ?".

Qualche sera fa, sul tardi, camminavo insieme ad alcuni amici nei pressi di piazzale ungheria lato via ruggerro settimo(nella city palermitana) e ci siamo stupiti della libertà con cui diversi scarafaggi ci camminavano tra i piedi: l'unanime pensiero è che viviamo in una città senza più identità. Tanta disattenzione è figlia di altrattanto disinteresse di chi amministra il proprio popolo al quale dovrebbe, piuttosto, garantire un sapiente governo. 

Ma forse aveva ragione Don Luigi Sturzo (siciliano autentico) quando affermava che "un buon governo esige buona cultura".

E se si istituissero dei corsi obbligatori di autentica politica agli uomini eletti per amministrare ?

Esprimo, altresì, sincera gratitudine al sig. Davide Cristaldi per avere fornito materiale di consultazione che aiuta a capire la deplorevole sottrazione dei beni ai religiosi (è incredibile e contro ogni logica che sia stata fatta "Per grazia di Dio").

Purtuttavia, continuo a chiedere notizie sul patrimonio dei beni culturali gelosamente custoditi dai religiosi che ne facevano strumento per trasmettere la cultura di generazione in generazione: quando ero piccolo ricordo mia nonna che entrando in una qualunque chiesa anche di città diverse era capace di riconoscere i personaggi e le scene dei dipinti. In quanti, oggi, sanno fare altrettanto ? La fonte culturale delle informazioni di mia nonna (nata nel 1900) era stata sua nonna e su di lei i religiosi dell'epoca.

Infine un encomio a siciliainformazioni perchè attraverso queste spontanee discussioni ci sta offrendo spunti di riflessione sui quali difficilmente avremmo potuto soffermarci.

Grazie.

Un siciliano in cerca di verità

 

La ringrazio sentitamente per le parole di apprezzamento.

Alla Sua domanda "Secondo Lei, oggi Palermo corre il rischio di una rivolta popolare contro l'amministrazione comunale tanto intenta a non accorgersi delle primarie necessità del suo popolo ?", troverà la mia personale risposta nell'ultimo rigo della terza ed ultima parte di questa storia.

Con stima

Giuseppe Di Bella

Anonimo 18 settembre 2009   13:37

Mi associo al cortese commento rilasciato dall'anonimo lettore il 17.9.09 alle ore 23.04, che condivido pienamente.

Anch'io sto cominciando ad assaporare il gusto del sapere lasciandomi trasportare dal fascino della storia, di questa storia assolutamente sconosciuta. E pensare che stiamo parlando dei nostri avi, già perchè stiamo parlando degli avvenimenti che i nostri padri e le loro famiglie vissero in prima persona.

Anch'io ho cercato su google la rivolta del sette e mezzo (e ringrazio affettuosamente coloro i quali ne hanno suggerito la ricerca) e ancora mi riesce difficile capire come sia stato possibile che  in un secolo e mezzo di scuola italiana e regionale nessun libro di storia ne abbia fatto cenno e tantomento alcun sindaco della nostra città.

Ma questi morti ammazzati (dal nuovo stato italiano) non erano uomini, donne e bambini anch'essi ? ma non erano palermitani anch'essi ? E fin troppo facile sopprimere con la forza vite umane per ovviare alla necessità responsabile di intervenire sul popolo aiutandolo a risolvere i problemi.

Dei carabinieri conosciamo (via internet) il nome e la storia di ciascuna delle vittime ed il modo disumano in cui andarono incontro al sacrificio, ma del popolo si hanno ulteriori notizie ? Eppoi, esistono monumenti a ricordo ?

Propongo a siciliainformazioni di farsi carico di raccogliere consensi per vivere "istituzionalmente" la memoria di quella tragedia facendone conoscere la verità nella sua interezza a beneficio della nostra generazione e delle generazioni che verranno.

Comincio a pensare anch'io che la pagina di storia dell'unità d'italia che sta emergendo è una pagina macchiata di sangue dove noi siciliani siamo stati privati (forse meglio "scippati") con l'inganno prima e con la forza poi della nostra identità e, conseguentemente, della nostra libertà; e pensare che eravamo un popolo capace di compattarsi per custodire il bene comune attraverso la tutela della "dignità" della persona umana (vedi i vespri).

Esprimo sincera gratitudine al sig. Di Bella per la sua azzeccata idea di commentare i sotterfugi e gli sviluppi delle menzogne garibaldine che la storia ci ha ingiustamente tramandato e che a nostra volta abbiamo tramandato con la complicità della nostra ignoranza; ed allo stesso chiedo: "Secondo Lei, oggi Palermo corre il rischio di una rivolta popolare contro l'amministrazione comunale tanto intenta a non accorgersi delle primarie necessità del suo popolo ?".

Qualche sera fa, sul tardi, camminavo insieme ad alcuni amici nei pressi di piazzale ungheria lato via ruggerro settimo(nella city palermitana) e ci siamo stupiti della libertà con cui diversi scarafaggi ci camminavano tra i piedi: l'unanime pensiero è che viviamo in una città senza più identità. Tanta disattenzione è figlia di altrattanto disinteresse di chi amministra il proprio popolo al quale dovrebbe, piuttosto, garantire un sapiente governo. 

Ma forse aveva ragione Don Luigi Sturzo (siciliano autentico) quando affermava che "un buon governo esige buona cultura".

E se si istituissero dei corsi obbligatori di autentica politica agli uomini eletti per amministrare ?

Esprimo, altresì, sincera gratitudine al sig. Davide Cristaldi per avere fornito materiale di consultazione che aiuta a capire la deplorevole sottrazione dei beni ai religiosi (è incredibile e contro ogni logica che sia stata fatta "Per grazia di Dio").

Purtuttavia, continuo a chiedere notizie sul patrimonio dei beni culturali gelosamente custoditi dai religiosi che ne facevano strumento per trasmettere la cultura di generazione in generazione: quando ero piccolo ricordo mia nonna che entrando in una qualunque chiesa anche di città diverse era capace di riconoscere i personaggi e le scene dei dipinti. In quanti, oggi, sanno fare altrettanto ? La fonte culturale delle informazioni di mia nonna (nata nel 1900) era stata sua nonna e su di lei i religiosi dell'epoca.

Infine un encomio a siciliainformazioni perchè attraverso queste spontanee discussioni ci sta offrendo spunti di riflessione sui quali difficilmente avremmo potuto soffermarci.

Grazie.

Un siciliano in cerca di verità

 

Anonimo 18 settembre 2009   07:23
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Sette e mezzo oppure rivolta sette e mezzo

Grazie: trovato e letto. Per la cronaca, Lei ha scambiato il mio intervento con il seguito di quello di altri. Comprendo che l'anonimato produce queste discrasie.

Cordiali saluti.

Anonimo 17 settembre 2009   23:04

Ho letto con estremo piacere ed interesse l'intenso pezzo del dr. Di Bella che coniuga un'argomentazione compita e compiuta, con uno stile molto personale.

Traspare un complesso lavoro di cesello, necessario per rendere concetti ed avvenimenti complessi con grande semplicità. Infine il risultato è una bell'affresco d'epoca. Complimenti.

Interessare il pubblico alla storia non è molto semplice: occorre una penna versatile perché non si finisca per annoiare i lettori. Devo confessarmi curioso, contro la mia natura, di conoscere quante letture  consegue un pezzo di storia siciliana su questo giornale.

Ma non finiscono qui le mie confessioni: so come continua l'avventura garibaldina, per aver letto alcuni testi sull'argomento, ma sono curioso di leggere cosa e come racconterà questa vicenda l'autore.

Mi sembra di essere tornato ragazzino e di aspettare la seconda puntata della "Cittadella" nella giovane e fresca TV italiana.

Un Saluto

 

Anonimo 17 settembre 2009   12:52

Veramente interessante: rappresentativo di una volontà di non arrendersi alle versioni di parte, che sono state propinate per un secolo e mezzo

parlagreco 17 settembre 2009   12:44
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Non sto criticando il giornale. Sto cercando un articolo che non trovo e basta. La prego, glielo chiedo per cortesia,  di indicarmi le parole chiave da digitare per la ricerca. Tutto qui.

Grazie per la disponibilità

Cordiali saluti

Sette e mezzo oppure rivolta sette e mezzo

Anonimo 17 settembre 2009   11:34

Essendo da sempre la Sicilia molto ricca di beni ecclesiastici, questi finirono nelle mire dei nuovi governanti piemontesi spinti dalle pressioni delle politiche anti-clericali che come è noto, accompagnarono tutto il Risorgimento.
Vi fu chi vi si oppose al censimento ed alla vendita dei beni beni ecclesiastici, come il deputato D'Ondes-Reggio nella tornata del parlamento torinese del 23 luglio 1862. Ma ci fu anche chi considerava i beni della Chiesa come beni "nazionali" e quindi lo Stato aveva diritto ad impossessarsene.
Ma se era vero che i beni della Chiesa erano dello Stato, perchè questi non furono ceduti ai contadini anzichè essere venduti all'asta?Perchè si doveva ricomprare dal nuovo Stato un bene di cui era proprietaria la comunità che da sempre ne usufruiva?Difatti a causa di questa operazione finanziaria, rimasero senza lavoro decine e decine di migliaia di contadini che lavoravano con buon soldo presso le aziende agricole gestite dalla Chiesa.

Fatto sta che dalla vendita dei monasteri, di terreni, di beni, lo stato italiano ne ricavò ben 700 milioni che contribuirono i maniera sostanziale al pareggio di bilancio e sanare quel debito pubblico mostruoso che il Piemonte portava in dote.
Tutto ciò che non si vendette passò al Demanio, infatti parecchie caserme di oggi, furono monasteri al tempo delle Due Sicilie.
Accadde il 7 luglio del 1866 che fu promulgata una legge che prevedeva il pagamento ai comuni, che ospitavano beni ecclesiali, di un 1/4 del ricavato della vendita.Ma tale quarto veniva calcolato sul valore del bene dichiarato dai preti(che era bassissimo) e non sul valore di vendita finale.Ragion per cui al netto delle tasse ai comuni andavano gli spiccioli.

Ecco il regio decreto per la sopprressione degli Enti Ecclesiastici:

(N.3848)

Legge per la liquidazione dell'asse ecclesiastico.
15 agosto 1867

VITTORIO EMANUELE II
PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTA' DELLA NAZIONE
RE D'ITALIA

Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato:
Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Art. 1 Non sono più riconosciuti come enti morali:
1° I capitoli delle chiese collegiate, le chiese ricettizie, le comunìe e le cappellanie corali, salvo, per quelle tra esse che abbiano cura di anime, un solo beneficio curato od una qnota curata di massa per congrua parrocchiale

2° I canonicati, i benefizi e le cappellate di patronato regio e laicale dei capitoli delle chiese cattedrali;

3° Le abbazie ed i priorati di natura abbaziale ;

4° I benefizi ai quali, per la loro fondazione, non sia annessa cura d'anime attuale, o l'obbligazione principale permanente di coadiuvare al parroco nell'esercizio della cura ;

5° Le prelature e cappellanie ecclesiastiche, o laicali ;

6° Le istituzioni con carattere di perpetuità, cho sotto qualsivoglia denominazione o titolo sono generalmente qualificate come fondazioni o legati pii per oggetto di culto, quand'anche non erette in titolo ecclesiastico, ad eccezione delle fabbricerie, od opere destinate alla conservazione dei monumenti ed edilizi sacri che si conserveranno al culto. Gli istituti di natura mista saranno conservati per quella parte dei redditi e del patrimonio che, giusta l'articolo 2 della legge 3 agosto 1862, n° 753 , doveva essere distintamente amministrata, salvo quanto alle confraternite quello che sarà con altra legge apposita ordinato, non differito intanto il richiamo delle medesime alla sorveglianza dell'autorità civile.

La designazione tassativa delle opere che si vogliono mantenere perchè destinate alla conservazione dei monumenti, e la desigi azione degli edifizi sacri da conservarsi al culto, saranno fatte con Decreto reale da pubblicarsi entro un anno dalla promulgazione della presente legge.

Art. 2. Tutti i beni di qualunque specie appartenenti agli anzidetti enti morali soppressi sono devoluti al Demanio dello Stato sotto le eccezioni e riserve infra espresse:........
(1)

D'altronde uno dei motivi che scatenarono la famosa "Rivolta del 7 e mezzo", che proprio in questi giorni compie l'anniversario, vi fu proprio "l'abolizione dei Corpi Religiosi" come scrisse il comandante della Guardia Nazionale di Palermo, sig. Gabriele Camozzi.
Raffaele Cadorna, il generale che rase letteralmente al suolo Palermo, arrivò a scrivere che la rivolta era fomentata dai preti e dalle monache che partecipavano in armi alle squadre in rivolta.
Un ufficiale piemontese scrisse il 24 settembre 1866 al "Progresso di Vicenza" e al "Diritto" del 1° ottobre: "oggi continuano a fucilare; ne ammazzano dai cinque ai sei alla volta.Frati e preti sono lasciati in balia dei soldati.Ti puoi immaginare il massacro che si fa!".(2)

Che vi fosse un odio eccessivo contro i religiosi lo dimostrano le famose invettive garibaldine contro i preti, ma anche altre meno note come quelle lanciate nel 1861 da Giacomo Oddo nel suo libro pubblicato a Milano, "Il brigantaggio o l'Italia dopo la dittatura di Garibaldi", nel quale scrive:"
A noi ci fa più male un prete che cento briganti affamati, e tutti i preti sono nostri nemici e tutti lavorano indefessamente a nostro danno e scorno"
Ed ancora:
"Io non posso qui nominare tutti i preti nemici alla nostra causa, bisognerebbe nominarli tutti, rarissime essendo le eccezioni, e questa lunga litania riescirebbe di poco frutto".

Questo come altri libri del genere non poterono non generare un clima di "caccia alle streghe" nei confronti dei religiosi e perciò appare molto probabile che di massacri ve ne furono davvero, ma bisognerebbe fare una ricerca molto più approfondita per ottenere il numero esatto negli anni che seguirono l'Unità..
Ecco cosa si legge nella "Difesa del duca di Modena dalle accuse del Sig.Gladstone(3) - Marchese di Normanby - traduzione in italiano - Venezia - 1862",  a pag.38:

"II Contemporaneo di Firenze, nell'agosto 1861, pubblicava la seguente Statistica di soli nove mesi di reazioni nelle provincia meridionali: Morti fucilati istantaneamente - 1841 ; morti fucilati dopo poche ore — 7127; feriti - 10604, prigionieri - 6112; sacerdoti fucilati - 54; frati fucilati - 22; case incendiate - 918; paesi incendiati - 5; famiglie perquisite - 2903 ; chiese saccheggiate - 12 - ragazzi uccisi - 60; donne uccise - 48; individui arrestati - 13629; comuni insorti - 1428.  Sono cifre che fanno raccapriccire; eppure non son tutte! Povera Italia!"
 


(1) Manuale di tutte le leggi, decreti e regolamenti relativi alla liquidazione dell'Asse Ecclesiastico - Ministero delle Finanze - Firenze 1868 - pag.108
(2) La Civiltà cattolica - vol.102 - serie VI - Roma - 1866 - pag.237
(3) Sir. Gladstone, lo stesso che scrisse, senza averle mai vedute, che le prigioni napolitane erano orrende, con lo scopo di delegittimare il governo di Ferdinando II.

 

 

Davide Cristaldi

Comitato delle Due Sicilie-Sicilia

Anonimo 17 settembre 2009   11:07
L'utente ha risposto al commento di parlagreco del 17 settembre 2009. Visualizza »

Noi cerchiamo di dialogare, Lei continua a sospettare ad alludere e altro. Le ho anche fatto sapere come lavoriamo, che è un segno di cortesia, ma non basta. A questo punto, Ella ha due possibilità: leggere altri giornali che Le sono più familiari e verso i qualei nutre fiducia, oppure prestare una qualche attenzione a chi Le scrive  senza pregiudizi. Quanto all'articolo, faccia una ricerca attenta, e lo troverà. Non può essere scomparso. Anche se non fosse in pagina sarebbe in archivio e quindi a disposizione di tutti. Basta indicare le parole chiave.

Non sto criticando il giornale. Sto cercando un articolo che non trovo e basta. La prego, glielo chiedo per cortesia,  di indicarmi le parole chiave da digitare per la ricerca. Tutto qui.

Grazie per la disponibilità

Cordiali saluti

parlagreco 17 settembre 2009   10:46
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 settembre 2009. Visualizza »

Si Direttore abbiamo capito, però il pezzo non lo trovo lo stesso, dunque non è passato in una pagina interna, bensì eliminato. Cosa conteneva di così terribile da meritare la ghigliottina? perché non lascia ai lettori la facoltà di riflettere su quanto scritto, suppongo da persona informata??

Noi cerchiamo di dialogare, Lei continua a sospettare ad alludere e altro. Le ho anche fatto sapere come lavoriamo, che è un segno di cortesia, ma non basta. A questo punto, Ella ha due possibilità: leggere altri giornali che Le sono più familiari e verso i qualei nutre fiducia, oppure prestare una qualche attenzione a chi Le scrive  senza pregiudizi. Quanto all'articolo, faccia una ricerca attenta, e lo troverà. Non può essere scomparso. Anche se non fosse in pagina sarebbe in archivio e quindi a disposizione di tutti. Basta indicare le parole chiave.

Anonimo 17 settembre 2009   10:17

Si Direttore abbiamo capito, però il pezzo non lo trovo lo stesso, dunque non è passato in una pagina interna, bensì eliminato. Cosa conteneva di così terribile da meritare la ghigliottina? perché non lascia ai lettori la facoltà di riflettere su quanto scritto, suppongo da persona informata??

parlagreco 17 settembre 2009   10:04
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 settembre 2009. Visualizza »

Direttore è vero che Lei ha pubblicato qualcosa sul sette e mezzo e poi l'ha fatta sparire come si dice qui sotto? E perché?

Abbiamo pubblicato l'articolo in home page, poi è passato in una pagina interna, come di consueto. Stavolta ciò è avvenuto prima del solito perché l'articolo, pur equilibrato, non ci è sembrato esaustivo e, sopratutto, non accoglieva elementi storici essenziali ai fini della comprensione dell'episodio, dando atto a giuste perplessità. Non vogliamo censurare mai alcunché, anche quando non condividiamo il contenuto perché è la prima regola che siamo dati. O si decide di non pubblicare o, una volta pubblicato l'articolo, si affianca all'articolo che non ci piace un testo che "completi" il precedente o dia un'altra versione dei fatti, in maniera da rimanere nel solco del pluralismo. Questi criteri però si scontrano con l'organizzazione del lavoro piuttosto complicata. Il giornale on line pretende una pletoricità di giornalisti e turni che mettono in pericolo la "continuità". Non facciamo un giornale al...giorno ma facciamo continuamente il giornale. Questo comporta qualche problema, cui viene dato significato che non ha.  Cordialità

Anonimo 17 settembre 2009   07:39

Per 150 anni del sette e mezzo se ne sono fottuti tutti. Ora torna di moda.

Anonimo 17 settembre 2009   07:36
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Beh, dev essere stato pubblicato qualcosa sull'argomento, che ricorda la rivolta del sette e mezzo. Non è così che si chiama? Guardi in giro, la trova

Direttore è vero che Lei ha pubblicato qualcosa sul sette e mezzo e poi l'ha fatta sparire come si dice qui sotto? E perché?

Anonimo 17 settembre 2009   00:26
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 settembre 2009. Visualizza »

Guardi, lasci perdere....

 

mettiamo una pietra sopra. Per fortuna il direttore ha avuto la decenza di far sparire quello che aveva pubblicato sul sette e mezzo nel giro di poche ore....

perchè, cosa c'era scritto?

Anonimo 17 settembre 2009   00:25
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 settembre 2009. Visualizza »

Sembra un dialogo tra sordi. Il Direttore non sta sostenendo che l'avvenimento è stato commemorato dalla Testata, ma che troverà notizie sul fatto cercandole non sul giornale ma aliunde.

Lei continua a pensare che la "celebrazione della tentata rivoluzione del 66' anti Savoia, repressa nel sangue a Palermo, sia stata effettuata dal giornale magari l'anno scorso.

Invero nessuno si è mai ricordato di celebrare il ricordo di questo drammaico avvenimento, tranne il suo giornale on line e relativa rivista (se ho ben capito la sua identità).

ha capito male...

Anonimo 16 settembre 2009   21:46
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non lo trovo, forse è stato pubblicato l'anno scorso...

cmq, "rivolta" è un termine utilizzato per sminuirne la portata!

Sembra un dialogo tra sordi. Il Direttore non sta sostenendo che l'avvenimento è stato commemorato dalla Testata, ma che troverà notizie sul fatto cercandole non sul giornale ma aliunde.

Lei continua a pensare che la "celebrazione della tentata rivoluzione del 66' anti Savoia, repressa nel sangue a Palermo, sia stata effettuata dal giornale magari l'anno scorso.

Invero nessuno si è mai ricordato di celebrare il ricordo di questo drammaico avvenimento, tranne il suo giornale on line e relativa rivista (se ho ben capito la sua identità).

Anonimo 16 settembre 2009   21:40
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non lo trovo, forse è stato pubblicato l'anno scorso...

cmq, "rivolta" è un termine utilizzato per sminuirne la portata!

Guardi, lasci perdere....

 

mettiamo una pietra sopra. Per fortuna il direttore ha avuto la decenza di far sparire quello che aveva pubblicato sul sette e mezzo nel giro di poche ore....

Anonimo 16 settembre 2009   18:12
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Beh, dev essere stato pubblicato qualcosa sull'argomento, che ricorda la rivolta del sette e mezzo. Non è così che si chiama? Guardi in giro, la trova

non lo trovo, forse è stato pubblicato l'anno scorso...

cmq, "rivolta" è un termine utilizzato per sminuirne la portata!

parlagreco 16 settembre 2009   13:25
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mah, qualcosa che accadde dal 15 al 22 settembre del 1866... non so, la chiamano "rivoluzione del sette e mezzo"...

Beh, dev essere stato pubblicato qualcosa sull'argomento, che ricorda la rivolta del sette e mezzo. Non è così che si chiama? Guardi in giro, la trova

Anonimo 16 settembre 2009   13:12
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Quale ricorrenza? Ci aiuti a ricordare-

mah, qualcosa che accadde dal 15 al 22 settembre del 1866... non so, la chiamano "rivoluzione del sette e mezzo"...

parlagreco 16 settembre 2009   09:07
L'utente ha risposto al commento anonimo del 16 settembre 2009. Visualizza »

questo messaggio è per il dott. parlagreco: non è che vi siete dimenticati qualche ricorrenza in questi giorni?

Quale ricorrenza? Ci aiuti a ricordare-

Anonimo 16 settembre 2009   00:16

questo messaggio è per il dott. parlagreco: non è che vi siete dimenticati qualche ricorrenza in questi giorni?

Anonimo 15 settembre 2009   19:16
L'utente ha risposto al commento anonimo del 15 settembre 2009. Visualizza »

C'è in noi lettori un estremo bisogno di verità. Un popolo che non concosce le proprie radici è un popolo senza identità, senza e senza cultura. Come si può tramandare la verità se questa è distorta o peggio non la si conosce affatto ?

Ove possibile, Vi chiedo con affetto di non litigare e di raccontare la verità dei fatti per come accaduti. 

Forse, come siciliani, potremmo trovare in quegli anni la risposta alla mancanza di conoscenza delle nostre radici culturali di cui oggi siamo "esemplari" vittime.

Ma è vero che dopo l'unità di Italia proprio nel regno delle due sicilie ed in sicilia in particolare alcune migliaia di religiosi (sacerdoti e suore) furono trucidati ?

E come è andata la confisca dei beni ai religiosi e a chi sono andati i beni confoscati ?

E che fine ha fatto il patrimonio dei beni artistici e culturali dei secoli precedenti geòosamente custoditi dai religiosi ?

E che fine hanno fatto le casse delle chiese e dei conventi ? 

Quali sono state le motivazioni autentiche alla base dello sradicamento culturale della nostra terra ?

Ma è vero che la banca d'italia è stata costituita al 75 % dai soldi del banco di sicilia e del banco di napoli ?

Grazie a tutti e due per il vostro impegno alla ricerca della verità.

Un siciliano in cerca di verità

Caro Lettore,

Nesuna lite, è la normale e sana dialettica, determinata dai diversi possibili modi di interpretare alcuni avvenimenti e la discrasia è determinata proprio dal fatto che le stesse fonti sono state spesso inquinate all'origine: ne abbiamo parlato nell'articolo Garibaldi a Palermo ed altre volte.

Molto bello il suo commento ed il suo anelito di verità e di libertà di pensiero, che denota una freschezza giovanile della mente  e del sentire dell'animo.

Ma la verità, se esiste, non è facile da raggiungere, e spesso si conclude che sui fatti esistono più verità vere.

Ai suoi tanti interrogativi troverà risposta, via via confrontandoi testi,  le opinioni e vieppiù i fatti che all'interno di queste riuscirà ad isolare e selezionare per la loro oggettività. E' un metodo che da buoni frutti, specie a che come Lei non ha idee preconcette.

Le sue parole ed il suo affettuoso appello, mi ripagano della lunga fatica che è costato questo scritto, non per la ricerca delle fonti, quanto perché si conservasse intatta in ogni parte imparzialità ed equilibrio, camminando su un filo di rasoio quale è sempre la storia della Sicilia. Non le nascondo che il pezzo è stato rivisto innumerevoli volte.

Nel merito dei suoi specifici quesiti, troverà una sterminata bibliografia. Per quanto poco io possa fare, spero tra qualche mese di pubblicare alcuni documenti originali sulla requisizione dei beni ecclesiastici disposta da Garibaldi Dittatore a Palermo e, se il tempo mi sarà concesso, altri inediti sul Regno di Sicilia.

Mi consenta di esternarLe i sensi della mia stima

Giuseppe Di Bella

Anonimo 15 settembre 2009   14:51

Notevole sintesi di equilibrata fattura, non comune il senso di compiutezza e la compostezza morale. Complimenti

Anonimo 15 settembre 2009   13:34

C'è in noi lettori un estremo bisogno di verità. Un popolo che non concosce le proprie radici è un popolo senza identità, senza e senza cultura. Come si può tramandare la verità se questa è distorta o peggio non la si conosce affatto ?

Ove possibile, Vi chiedo con affetto di non litigare e di raccontare la verità dei fatti per come accaduti. 

Forse, come siciliani, potremmo trovare in quegli anni la risposta alla mancanza di conoscenza delle nostre radici culturali di cui oggi siamo "esemplari" vittime.

Ma è vero che dopo l'unità di Italia proprio nel regno delle due sicilie ed in sicilia in particolare alcune migliaia di religiosi (sacerdoti e suore) furono trucidati ?

E come è andata la confisca dei beni ai religiosi e a chi sono andati i beni confoscati ?

E che fine ha fatto il patrimonio dei beni artistici e culturali dei secoli precedenti geòosamente custoditi dai religiosi ?

E che fine hanno fatto le casse delle chiese e dei conventi ? 

Quali sono state le motivazioni autentiche alla base dello sradicamento culturale della nostra terra ?

Ma è vero che la banca d'italia è stata costituita al 75 % dai soldi del banco di sicilia e del banco di napoli ?

Grazie a tutti e due per il vostro impegno alla ricerca della verità.

Un siciliano in cerca di verità

Anonimo 15 settembre 2009   13:04
L'utente ha risposto al commento di giuseppedibella del 15 settembre 2009. Visualizza »

Egregio Signor CDS,

Che il ricevitore telegrafico si trovasse a Palazzo Sclafani lo dice Lei e non io.

Ho invece scritto che si trovava nella stanza del segretario Domenico Gallotti, che possiamo presumere alloggiasse a Palazzo Reale, dove aveva residenza Ruffo e poi Lanza.

Ritengo comunque irrilevante la circostanza, che ho citato per dimostrare il fatto ben più importante, che Ruffo e quindi Lanza, fossero al corrente dello sbarco. Comunque l’autorevole fonte è Raffaele De Cesare.

In relazione al fatto che Lei  “Nota che io parlo del Pentasuglia”, non fa di me un ammiratore del menzionato personaggio: rileggendo si accorgerà infatti che non ho espresso opinioni, lodi o giudizi sull’opera dello stesso.

Per quanto attiene alla leva, se avrà appunto la pazienza di riguardare, noterà che vi è scritto che “Garibaldi, con apposito decreto, tentò immediatamente di arruolare “come regolari“ tra le “forze nazionali”, i giovani siciliani, ma già a Salemi l’iniziativa di istituire la leva, affidata nei fatti a Lamasa, fallì miseramente”.

 

 

Per quanto attiene alla sua visione dei rapporti tra i siciliani e la Dinastia, dei moti del Vespro e di quelli ottocenteschi, del “falso” bombardamento di Messina, invero attestato da innumerevoli fonti italiane, francesi e inglesi, e dello stato amministrativo, economico e sociale dell’Isola nell’Ottocento, che a lei mi par di capire sembra buono, trattandosi di sue rispettabili opinioni non ritengo di entrare nel merito.

Risulta evidente che quando si è al servizio di un’idea che diventa fede, che io non giudico e non so essere più o meno buona o giusta, si tende a vedere gli avvenimenti sotto un’unica luce e senza ombre: si vedono tante verità.

Personalmente non ho una “verità assoluta” da proporre, non ho una “fede storica” preconcetta: mi accontento di cercare umilmente quello che Lei mi pare ha già trovato.

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Gentile Di Bella, perdoni probabilmente ho formulato la domanda in maniera sbagliata: intendevo chiederle informazioni in merito al luogo fisico in cui risiedeva il Gallotti, la ringrazio per avermi risposto nella sua ultima.

Mi rendo conto che scrivere non è la stessa cosa di parlare, infatti anche per la questione del Pentasuglia non intendevo dire che lei ne fosse un ammiratore, infatti il mio era solo una temporanea allusione ad un fatto non proprio centrale dell'argomento.

Se lei si è sentito criticato(come sembra dalla sua risposte) le chiedo venia, non è assolutamente mia intenzione.

 

Insisto sulla bufala del bombardamento di Messina, perchè la verità non è democratica e non sempre è quella che dice la maggioranza.

Non so se si ricorda dell'altra bufala, quella sulle carceri borboniche in cui il Gladstone riferiva di una visita, mai avvenuta, alle carceri napoletane : «II governo borbonico rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto; l’assoluta persecuzione delle virtù congiunta all’intelligenza, fatta in guisa da colpire intere classi di cittadini, la perfetta prostituzione della magistratura, come udii spessissimo volte ripetere; la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo»”

Fu lo stesso Gladstone a dire che lui quelle carceri non le aveva nemmeno mai viste.Eppure anche in quell'occasione la notizia rimbombò sui giornali di mezza Europa e quindi potrà trovare fonti a iosa.

 

Nessuna fede preconcetta le giuro, ma a l'inappellabilità dei documenti storici mi affido, in questo caso la fonte non può certo definirsi borbonica visto che proviene dagli Atti del Parlamento Siciliano del 1849 e così recita:

 

"Ventura narra di un suo amico venuto da Messina colla notizia, che la Cittadella vomita le solite bombe; e che i nostri non rispondono per mancare di munizioni, e più di polvere.

Il Principe di Butera oppugna come falsa la notizia, e dice aver segnato il telegrafo sino al giorno scorso tirarsi solo dalla Cittadella moderali colpi di cannone contro i forti delle alture, e aggiunge, i Messinesi esser provvisti di polvere bastevole per più giorni, che si ebbero parte da Palermo, parte dall'Estero"(1)

 

(1)Collezione di atti e sessioni del General Parlamento di Sicilia - 7° bimestre - marzo aprile - Palermo - 1848

 

Anonimo 15 settembre 2009   11:00
L'utente ha risposto al commento anonimo del 15 settembre 2009. Visualizza »

Gentile Di Bella, le scrivo per sottoporle delle domande su argomenti da lei citati e per farle delle osservazioni:

Può confermare che l'ufficio del segretario luogotenenziale Domenico Gallotti si trovasse nel Palazzo Sclafani di Piazza Vittoria a Palermo?

Noto che lei parla di Pentasuglia: deve sapere che fu il peggiore individuo che la telegrafia siciliana potesse avere.
La rete telegrafica siciliana era il fiore all'occhiello del Regno delle Due Sicilie in quanto installata a regola d'arte e funzionante con delle macchine Morse di ultima generazione.
Anche il direttore D'Amico era una persona capacissima.Dalla Sicilia si mandavano tranquillamente dispacci verso tutte le capitali europee.

Tale Pensatuglia, un uomo di un'ignoranza e di un egocentrismo inaudito, si unì alle bande garibaldine con lo scopo di assumere la direzione della telegrafia del Sud Italia, mai sciagura fu più grande di quella volontà.
Col titolo di Direttore de' telegrafi, per nomina garibaldina, il tizio si presentò ai magazzini telegrafici di Palermo dove razziò ogni cosa trovasse, dai cavi telegrafici, agli isolatori, ai pezzi di ricambio e poi andò a chiedere soldi a Torino per comprare tali pezzi in quanto affermò, mentendo, che l'isola ne era sprovvista.
L'Italia doveva essere ancora fatta e già iniziavano le prime truffe.

Lei scrive che la leva volontaria era un "modo di dimostrarsi estranei, se non ostili, al governo napoletano, troppo lontano dai problemi del popolo siciliano e dalla sua miseria" in realtà si trattava di un comportamento atavico che aveva generato il famoso detto "Megghiu porcu ca surdatu”, infatti le cose, in fatto di leva, non cambiarono con il nuovo regime "liberatore" dei piemontesi.

A supporto di tutti i moti del '800, che non hanno alcun legame con i Vespri Siciliani(che furono peraltro organizzati da un napoletano) oltre alle potenze straniere vi era la classe baronale, come lei ha già detto  desiderosa di non avere alcun limite al suo potere sulle terre e sui contadini, che invece veniva fortemente osteggiato da Ferdinando II.Dove riuscirono le riforme i campi si videro finalemente coltivati ed il latifondo incolto scomparve.

Si parla tanto di povertà in questo articolo, mi piacerebbe parlare ogni tanto della povertà che si registrava negli altri paesi europei, ovvero Francia ed Inghilterra, messi tra le liste dei paesi progrediti, ma che avevano una povertà paurosa, soprattutto nelle classi meno abbienti, nulla a che vedere con la situazione in Sicilia.
Tant'è che fino a che vi fu il Regno delle Due Sicilie l'emigrazione era un fattore sconosciuto.
Ricordiamoci però che stiamo parlando del'800 e la povertà fa intesa in senso relativo.

E' un falso storico quello del bombardamento di Messina, e la smentita è messa agli atti dal Parlamento Siciliano.
E' noto che a mettere in giro questa voce, fu ancora una volta un console inglese.D'altronde c'è una netta contraddizione tra la "bontà" dei Borbone a perdonare i cosiddetti rivoluzionari(nel '48 nessuno si fece un solo giorno di prigione) e la "crudele ferocia" di cui lei parla, del bombardamento di Messina.

Il problema della Sicilia fu la morta prematura di Ferdinando II, che si involò a soli 49 anni, assassinato su commissione degli inglesi come è stato recentemente scoperto, per mezzo di una fetta di melone avvelenata.
Ferdinando II non ebbe il tempo di portare a termine le coraggiose riforme che aveva iniziato, ricordo che se oggi la Sicilia ha un sistema viario lo dobbiamo a questo sovrano che in soli 16 anni costruì l'80% delle attuali strade carrozzabili, infatti fino alla costituzione del Regno delle Due Sicilie nel 1816, pur il governo avendo stanziato milioni di ducati, questi erano scomparsi tra mille rivoli in quanto i signorotti avevano una concezione personalissima della strada ed ognuno se la costruiva a modo suo: c'era chi la voleva a tutti costi sul proprio terreno chi invece la voleva lontano.Fatto sta che di strada costruita se ne vide ben poca. La soluzione adottata da Ferdinando fu la "provincializzazione" di tutte le strade in modo che potessero avere una regia unica.
Probabilmente è per questo che ancora oggi in Sicilia molte strade, anche se colleganti le frazioni dello stesso paese sono "provinciali".

cordialità
CDS

Mi pare di capire che Lei ne sappia piu' del Di Bella di storia.

 

O forse suppone l'autore dell'articolo in malafede?

giuseppedibella 15 settembre 2009   10:39
L'utente ha risposto al commento anonimo del 15 settembre 2009. Visualizza »

Gentile Di Bella, le scrivo per sottoporle delle domande su argomenti da lei citati e per farle delle osservazioni:

Può confermare che l'ufficio del segretario luogotenenziale Domenico Gallotti si trovasse nel Palazzo Sclafani di Piazza Vittoria a Palermo?

Noto che lei parla di Pentasuglia: deve sapere che fu il peggiore individuo che la telegrafia siciliana potesse avere.
La rete telegrafica siciliana era il fiore all'occhiello del Regno delle Due Sicilie in quanto installata a regola d'arte e funzionante con delle macchine Morse di ultima generazione.
Anche il direttore D'Amico era una persona capacissima.Dalla Sicilia si mandavano tranquillamente dispacci verso tutte le capitali europee.

Tale Pensatuglia, un uomo di un'ignoranza e di un egocentrismo inaudito, si unì alle bande garibaldine con lo scopo di assumere la direzione della telegrafia del Sud Italia, mai sciagura fu più grande di quella volontà.
Col titolo di Direttore de' telegrafi, per nomina garibaldina, il tizio si presentò ai magazzini telegrafici di Palermo dove razziò ogni cosa trovasse, dai cavi telegrafici, agli isolatori, ai pezzi di ricambio e poi andò a chiedere soldi a Torino per comprare tali pezzi in quanto affermò, mentendo, che l'isola ne era sprovvista.
L'Italia doveva essere ancora fatta e già iniziavano le prime truffe.

Lei scrive che la leva volontaria era un "modo di dimostrarsi estranei, se non ostili, al governo napoletano, troppo lontano dai problemi del popolo siciliano e dalla sua miseria" in realtà si trattava di un comportamento atavico che aveva generato il famoso detto "Megghiu porcu ca surdatu”, infatti le cose, in fatto di leva, non cambiarono con il nuovo regime "liberatore" dei piemontesi.

A supporto di tutti i moti del '800, che non hanno alcun legame con i Vespri Siciliani(che furono peraltro organizzati da un napoletano) oltre alle potenze straniere vi era la classe baronale, come lei ha già detto  desiderosa di non avere alcun limite al suo potere sulle terre e sui contadini, che invece veniva fortemente osteggiato da Ferdinando II.Dove riuscirono le riforme i campi si videro finalemente coltivati ed il latifondo incolto scomparve.

Si parla tanto di povertà in questo articolo, mi piacerebbe parlare ogni tanto della povertà che si registrava negli altri paesi europei, ovvero Francia ed Inghilterra, messi tra le liste dei paesi progrediti, ma che avevano una povertà paurosa, soprattutto nelle classi meno abbienti, nulla a che vedere con la situazione in Sicilia.
Tant'è che fino a che vi fu il Regno delle Due Sicilie l'emigrazione era un fattore sconosciuto.
Ricordiamoci però che stiamo parlando del'800 e la povertà fa intesa in senso relativo.

E' un falso storico quello del bombardamento di Messina, e la smentita è messa agli atti dal Parlamento Siciliano.
E' noto che a mettere in giro questa voce, fu ancora una volta un console inglese.D'altronde c'è una netta contraddizione tra la "bontà" dei Borbone a perdonare i cosiddetti rivoluzionari(nel '48 nessuno si fece un solo giorno di prigione) e la "crudele ferocia" di cui lei parla, del bombardamento di Messina.

Il problema della Sicilia fu la morta prematura di Ferdinando II, che si involò a soli 49 anni, assassinato su commissione degli inglesi come è stato recentemente scoperto, per mezzo di una fetta di melone avvelenata.
Ferdinando II non ebbe il tempo di portare a termine le coraggiose riforme che aveva iniziato, ricordo che se oggi la Sicilia ha un sistema viario lo dobbiamo a questo sovrano che in soli 16 anni costruì l'80% delle attuali strade carrozzabili, infatti fino alla costituzione del Regno delle Due Sicilie nel 1816, pur il governo avendo stanziato milioni di ducati, questi erano scomparsi tra mille rivoli in quanto i signorotti avevano una concezione personalissima della strada ed ognuno se la costruiva a modo suo: c'era chi la voleva a tutti costi sul proprio terreno chi invece la voleva lontano.Fatto sta che di strada costruita se ne vide ben poca. La soluzione adottata da Ferdinando fu la "provincializzazione" di tutte le strade in modo che potessero avere una regia unica.
Probabilmente è per questo che ancora oggi in Sicilia molte strade, anche se colleganti le frazioni dello stesso paese sono "provinciali".

cordialità
CDS

Egregio Signor CDS,

Che il ricevitore telegrafico si trovasse a Palazzo Sclafani lo dice Lei e non io.

Ho invece scritto che si trovava nella stanza del segretario Domenico Gallotti, che possiamo presumere alloggiasse a Palazzo Reale, dove aveva residenza Ruffo e poi Lanza.

Ritengo comunque irrilevante la circostanza, che ho citato per dimostrare il fatto ben più importante, che Ruffo e quindi Lanza, fossero al corrente dello sbarco. Comunque l’autorevole fonte è Raffaele De Cesare.

In relazione al fatto che Lei  “Nota che io parlo del Pentasuglia”, non fa di me un ammiratore del menzionato personaggio: rileggendo si accorgerà infatti che non ho espresso opinioni, lodi o giudizi sull’opera dello stesso.

Per quanto attiene alla leva, se avrà appunto la pazienza di riguardare, noterà che vi è scritto che “Garibaldi, con apposito decreto, tentò immediatamente di arruolare “come regolari“ tra le “forze nazionali”, i giovani siciliani, ma già a Salemi l’iniziativa di istituire la leva, affidata nei fatti a Lamasa, fallì miseramente”.

 

 

Per quanto attiene alla sua visione dei rapporti tra i siciliani e la Dinastia, dei moti del Vespro e di quelli ottocenteschi, del “falso” bombardamento di Messina, invero attestato da innumerevoli fonti italiane, francesi e inglesi, e dello stato amministrativo, economico e sociale dell’Isola nell’Ottocento, che a lei mi par di capire sembra buono, trattandosi di sue rispettabili opinioni non ritengo di entrare nel merito.

Risulta evidente che quando si è al servizio di un’idea che diventa fede, che io non giudico e non so essere più o meno buona o giusta, si tende a vedere gli avvenimenti sotto un’unica luce e senza ombre: si vedono tante verità.

Personalmente non ho una “verità assoluta” da proporre, non ho una “fede storica” preconcetta: mi accontento di cercare umilmente quello che Lei mi pare ha già trovato.

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 15 settembre 2009   08:41

Gentile Di Bella, le scrivo per sottoporle delle domande su argomenti da lei citati e per farle delle osservazioni:

Può confermare che l'ufficio del segretario luogotenenziale Domenico Gallotti si trovasse nel Palazzo Sclafani di Piazza Vittoria a Palermo?

Noto che lei parla di Pentasuglia: deve sapere che fu il peggiore individuo che la telegrafia siciliana potesse avere.
La rete telegrafica siciliana era il fiore all'occhiello del Regno delle Due Sicilie in quanto installata a regola d'arte e funzionante con delle macchine Morse di ultima generazione.
Anche il direttore D'Amico era una persona capacissima.Dalla Sicilia si mandavano tranquillamente dispacci verso tutte le capitali europee.

Tale Pensatuglia, un uomo di un'ignoranza e di un egocentrismo inaudito, si unì alle bande garibaldine con lo scopo di assumere la direzione della telegrafia del Sud Italia, mai sciagura fu più grande di quella volontà.
Col titolo di Direttore de' telegrafi, per nomina garibaldina, il tizio si presentò ai magazzini telegrafici di Palermo dove razziò ogni cosa trovasse, dai cavi telegrafici, agli isolatori, ai pezzi di ricambio e poi andò a chiedere soldi a Torino per comprare tali pezzi in quanto affermò, mentendo, che l'isola ne era sprovvista.
L'Italia doveva essere ancora fatta e già iniziavano le prime truffe.

Lei scrive che la leva volontaria era un "modo di dimostrarsi estranei, se non ostili, al governo napoletano, troppo lontano dai problemi del popolo siciliano e dalla sua miseria" in realtà si trattava di un comportamento atavico che aveva generato il famoso detto "Megghiu porcu ca surdatu”, infatti le cose, in fatto di leva, non cambiarono con il nuovo regime "liberatore" dei piemontesi.

A supporto di tutti i moti del '800, che non hanno alcun legame con i Vespri Siciliani(che furono peraltro organizzati da un napoletano) oltre alle potenze straniere vi era la classe baronale, come lei ha già detto  desiderosa di non avere alcun limite al suo potere sulle terre e sui contadini, che invece veniva fortemente osteggiato da Ferdinando II.Dove riuscirono le riforme i campi si videro finalemente coltivati ed il latifondo incolto scomparve.

Si parla tanto di povertà in questo articolo, mi piacerebbe parlare ogni tanto della povertà che si registrava negli altri paesi europei, ovvero Francia ed Inghilterra, messi tra le liste dei paesi progrediti, ma che avevano una povertà paurosa, soprattutto nelle classi meno abbienti, nulla a che vedere con la situazione in Sicilia.
Tant'è che fino a che vi fu il Regno delle Due Sicilie l'emigrazione era un fattore sconosciuto.
Ricordiamoci però che stiamo parlando del'800 e la povertà fa intesa in senso relativo.

E' un falso storico quello del bombardamento di Messina, e la smentita è messa agli atti dal Parlamento Siciliano.
E' noto che a mettere in giro questa voce, fu ancora una volta un console inglese.D'altronde c'è una netta contraddizione tra la "bontà" dei Borbone a perdonare i cosiddetti rivoluzionari(nel '48 nessuno si fece un solo giorno di prigione) e la "crudele ferocia" di cui lei parla, del bombardamento di Messina.

Il problema della Sicilia fu la morta prematura di Ferdinando II, che si involò a soli 49 anni, assassinato su commissione degli inglesi come è stato recentemente scoperto, per mezzo di una fetta di melone avvelenata.
Ferdinando II non ebbe il tempo di portare a termine le coraggiose riforme che aveva iniziato, ricordo che se oggi la Sicilia ha un sistema viario lo dobbiamo a questo sovrano che in soli 16 anni costruì l'80% delle attuali strade carrozzabili, infatti fino alla costituzione del Regno delle Due Sicilie nel 1816, pur il governo avendo stanziato milioni di ducati, questi erano scomparsi tra mille rivoli in quanto i signorotti avevano una concezione personalissima della strada ed ognuno se la costruiva a modo suo: c'era chi la voleva a tutti costi sul proprio terreno chi invece la voleva lontano.Fatto sta che di strada costruita se ne vide ben poca. La soluzione adottata da Ferdinando fu la "provincializzazione" di tutte le strade in modo che potessero avere una regia unica.
Probabilmente è per questo che ancora oggi in Sicilia molte strade, anche se colleganti le frazioni dello stesso paese sono "provinciali".

cordialità
CDS

Anonimo 14 settembre 2009   21:54

Affascinante e raccontato come il sogno di una tragica realtà. Devo riconoscere una capacità scenografica assoluta che ci fa partecipare all'azione muovendo pedine piccole, un cane ferito, e pezzi da novanta, le squadre dei mafiosi di campagna, il brigantaggio come guerra civile, il 48 soffocato dalla stessa nobiltà che nuovamente volta gabbana, tutto si muove sulla scena di una Sicilia incomprensibile ieri come oggi. Un affresco.

Saluti

Anonimo 14 settembre 2009   21:11
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 settembre 2009. Visualizza »

L'analisi dei fatti, abbastanza documentata, cita di passaggio l'ignavia del generale Francesco Landi, quando risulta da altre fonti storiche, che fosse stato corrotto da Garibaldi per la somma di 14.000 ducati.

La fonte, non meglio precisata, va verificata, ma considerando il contesto storico sociale e quanto viene descritto in questo interessane saggio, è credibile. Pare che, al momento della riscossione presso il Banco di Napoli della polizza, questa risultasse contraffatta, essendo stati aggiunti tre zeri. Il Landi ne morì di crepacuore ed imprecò a quel ladro di Garibaldi.

Angelo Libranti

Un attimo di pazienza: di Landi e della sua presunta corruzione, ci occuperemo diffusamente anche nella seconda e nella terza parte dell'articolo, dove è anche citato l'episodio da Lei ricordato, che ritrovo in diverse fonti.

Grazie per l'attenta partecipazione.

Giuseppe Di Bella

Anonimo 14 settembre 2009   18:52
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 settembre 2009. Visualizza »

 

Il testo è molto accattivante e attendo con interesse le altre due puntate.

Suggerirei all'autore di scrivere "Borbone" e non "Borboni", perché questo era il cognome della famiglia e così si decise di scrivere (da parte delle autorità accademiche) alla Mostra "I Borbone in Sicilia" organizzata dall'on. Nello Musumeci alle Ciminiere di Catania.

Suggerirei anche "esercito borbonico" e non "esercito Borbonico" in quanto trattasi di aggettivo (ovviamante la mia ossservazione non vale per l'Esercito Italiano, che è il nostro).

GBC

Esercito nostro? In contrapposizione a cosa? Maiuscole per un aggettivo e non per un altro? Lei scherza sicuramente!

Anonimo 14 settembre 2009   18:19
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 settembre 2009. Visualizza »

Che l'impresa di Garibaldi sia stata coperta di leggenda , mistificazioni, menzogne, è un dato appartenente alla maggior parte degli storici,mentre altri si sono crogiolati nella immancabile celebrazione agiografica.Il Regno delle due Sicilie  cadde per l'intrico degli interessi creati in loco prima della spedizione con i " signori" e nel contempo sono convinto che alcuni dei comandanti delle forze borboniche non fecero il loro dovere perché corrotti.Rimango in attesa di leggere il resto dell'articolo. Lorenzino 46

L'analisi dei fatti, abbastanza documentata, cita di passaggio l'ignavia del generale Francesco Landi, quando risulta da altre fonti storiche, che fosse stato corrotto da Garibaldi per la somma di 14.000 ducati.

La fonte, non meglio precisata, va verificata, ma considerando il contesto storico sociale e quanto viene descritto in questo interessane saggio, è credibile. Pare che, al momento della riscossione presso il Banco di Napoli della polizza, questa risultasse contraffatta, essendo stati aggiunti tre zeri. Il Landi ne morì di crepacuore ed imprecò a quel ladro di Garibaldi.

Angelo Libranti

Anonimo 14 settembre 2009   17:55
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ho apprezzato molto l'articolo, sempre meglio di quello che l'Italia ci ha fatto studiare alle scuole!

 

però mi piacerebbe sapere qual'è stato il ruolo di Francia e Regno Unito, che:

 

1)vedevano di buon occhio i Savoia che erano stati loro alleati.( al contrario dei Borbone)

 

2)gli interessi economici per le nostre ricchezze(una su tutte lo zolfo) e per la posizione geografica strategica della nostra isola( per proteggere il loro commercio nel Mediterraneo).

La risposta abbisognerebbe di più tomi. Piuttosto che fatti, stavolta mi consenta di riferirle una mia personalissima e brevissima opinione.

Oltre il mito dei nazionalismi che ha guidato il XIX Secolo (quando mi ricordo, Secolo lo scrivo maiuscolo come mi ha insegnato l'ineguagliabile e amorosa maestra Francesca Bonfante all'Aristide Gabelli) e astraendo dal ruolo della massoneria internazionale, è mia opinione che la formazione  del Regno d'Italia sia stata fortemente favorita, da una parte dal Regno Unito che in tal modo intendeva limitare l'influenza francese nel Mediterraneo e garantire i propri commerci, e d'altra parte, paradossalmente, dalla stessa Francia che intendeva costituire uno Stato cuscinetto tra essa e l'Austria. Insomma un insieme di circostanze politiche fortuite quanto favorevolissime per la formazione di un nuovo Stato nazionale.

Poi gli avvenimenti sono sfuggiti di mano alle due antiche Potenze e l'Italia è diventata, paradosso dei paradossi, un problema in più, invece che una soluzione. Infatti ambedue queste Nazioni, si sono sempre date un gran da fare per negare all'Italia un ruolo di libera Nazione di pari dignità, impedendole, per esempio, quell'espansione coloniale che esse si erano bellamente concessa a piene mani. O negandole Fiume italiana, pur alleati nella prima guerra mondiale, etc.

Mi scuso per la brevità e la superficialità della risposta, ma un discorso più lungo e complesso ci porterebbe ad avere necessità di spazi e tempi dei quali mi è difficile dispore.

La ringrazio per la partecipazione e Le invio

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

 

Anonimo 14 settembre 2009   16:03

ho apprezzato molto l'articolo, sempre meglio di quello che l'Italia ci ha fatto studiare alle scuole!

 

però mi piacerebbe sapere qual'è stato il ruolo di Francia e Regno Unito, che:

 

1)vedevano di buon occhio i Savoia che erano stati loro alleati.( al contrario dei Borbone)

 

2)gli interessi economici per le nostre ricchezze(una su tutte lo zolfo) e per la posizione geografica strategica della nostra isola( per proteggere il loro commercio nel Mediterraneo).

Anonimo 14 settembre 2009   14:58

Veramente stupefacente.

L’articolo evidenzia aspetti poco noti di un immenso dramma umano, storico e politico, quale fu l’agonia del Regno delle due Sicilie, compiendo uno sforzo non indifferente per consegnarci una lettura non parziale dei fatti. E di contro i commenti s’incentrano sulle maiuscole e sulle minuscole, su questioni assolutamente irrilevanti. Incredibile ma vero.

A me ciò che par veramente minuscola e miope è la visione della storia di coloro che intendono con la nomenclatura e le maiuscole definire i fatti.

Quanto accade è sconveniente: ci sarebbero migliaia di cose importanti da dire, e invece si perde tempo con inezie e considerazioni inutili: tanto somiglia questa situazione a quella della politica siciliana di oggi.

Mi attendevo piuttosto una levata di scudi dalle opposte fazioni, sicilianisti, duosiciliani, unionisti, ma non è stato così.

L’incedere degli avvenimenti è descritto da Di Bella in modo asettico, scientifico e mi pare senza parzialità. Il ritmo è incalzante e i contenuti pregni di significato.

Devo dire che mi ha stupito non poco il “SEGUITO SUBITO” gridato da un commentatore e non è il solo: come se il seguito noi non conoscessimo! Eppure questo racconto affascina e si vuole scherzosamente scoprire “L’ASSASSINO” perché sembra di essere sulla scena dei fatti.

Pur avendo letto almeno una dozzina di versioni dei fatti in questione, mi associo infine a coloro che con sommo interesse appunto attendono il seguito.

Cordiali Saluti

L. Modica

Anonimo 14 settembre 2009   14:06
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 settembre 2009. Visualizza »

Nel testo "Esercito borbonico" è scritto in ambedue i modi e la decisione di usare BORBONE ha avuto bisogno di un consesso, proprio perché da secoli e ancora correntemente si usa BORBONI. Ma non mi sembrano grossi problemi o aspetti interessanti dello scritto.

A me è sembrata molto più interessante la notevole descrizione del clima di attesa di tutti, per schierarsi con uno o con l'altro, che Di Bella ha reso in modo eccellente e sulla quale non finiremo mai di riflettere, visti i fatti politici di oggi.

Noto con sorpresa massima, che a fronte di uno scritto che tira in ballo fatti gravissimi che ancora oggi condizionano la Sicilia, si sottilizza su fatti formalissimi, sulle maiuscole !!! Finalmente comprendo ora perché è caduto il Regno!!!

soprattutto si comprende perchè ancora siamo schiavi dell'italia...

Anonimo 14 settembre 2009   12:54

Nel testo "Esercito borbonico" è scritto in ambedue i modi e la decisione di usare BORBONE ha avuto bisogno di un consesso, proprio perché da secoli e ancora correntemente si usa BORBONI. Ma non mi sembrano grossi problemi o aspetti interessanti dello scritto.

A me è sembrata molto più interessante la notevole descrizione del clima di attesa di tutti, per schierarsi con uno o con l'altro, che Di Bella ha reso in modo eccellente e sulla quale non finiremo mai di riflettere, visti i fatti politici di oggi.

Noto con sorpresa massima, che a fronte di uno scritto che tira in ballo fatti gravissimi che ancora oggi condizionano la Sicilia, si sottilizza su fatti formalissimi, sulle maiuscole !!! Finalmente comprendo ora perché è caduto il Regno!!!

Anonimo 14 settembre 2009   12:43
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 settembre 2009. Visualizza »

 

Il testo è molto accattivante e attendo con interesse le altre due puntate.

Suggerirei all'autore di scrivere "Borbone" e non "Borboni", perché questo era il cognome della famiglia e così si decise di scrivere (da parte delle autorità accademiche) alla Mostra "I Borbone in Sicilia" organizzata dall'on. Nello Musumeci alle Ciminiere di Catania.

Suggerirei anche "esercito borbonico" e non "esercito Borbonico" in quanto trattasi di aggettivo (ovviamante la mia ossservazione non vale per l'Esercito Italiano, che è il nostro).

GBC

Anche "italiano" è aggettivo: non vedo differenze.

Anonimo 14 settembre 2009   12:42

SEGUITO SUBITO ... please

Anonimo 14 settembre 2009   11:58
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Il testo è molto accattivante e attendo con interesse le altre due puntate.

Suggerirei all'autore di scrivere "Borbone" e non "Borboni", perché questo era il cognome della famiglia e così si decise di scrivere (da parte delle autorità accademiche) alla Mostra "I Borbone in Sicilia" organizzata dall'on. Nello Musumeci alle Ciminiere di Catania.

Suggerirei anche "esercito borbonico" e non "esercito Borbonico" in quanto trattasi di aggettivo (ovviamante la mia ossservazione non vale per l'Esercito Italiano, che è il nostro).

GBC

L'esercito italiano non e' il nostro, quindi minuscolo anche quello.

 

Anzi, colgo l'occasione per suggerire l'uso della piu' distanziata dizione "esercito italico".

Anonimo 14 settembre 2009   10:54

Che l'impresa di Garibaldi sia stata coperta di leggenda , mistificazioni, menzogne, è un dato appartenente alla maggior parte degli storici,mentre altri si sono crogiolati nella immancabile celebrazione agiografica.Il Regno delle due Sicilie  cadde per l'intrico degli interessi creati in loco prima della spedizione con i " signori" e nel contempo sono convinto che alcuni dei comandanti delle forze borboniche non fecero il loro dovere perché corrotti.Rimango in attesa di leggere il resto dell'articolo. Lorenzino 46

Anonimo 14 settembre 2009   10:38

INTERESSANTISSIMO. COMPLIMENTI. ATTENDO IL SEGUITO PER SCOPRIRE ... L'ASSASSINO.

Anonimo 14 settembre 2009   09:32

 

Il testo è molto accattivante e attendo con interesse le altre due puntate.

Suggerirei all'autore di scrivere "Borbone" e non "Borboni", perché questo era il cognome della famiglia e così si decise di scrivere (da parte delle autorità accademiche) alla Mostra "I Borbone in Sicilia" organizzata dall'on. Nello Musumeci alle Ciminiere di Catania.

Suggerirei anche "esercito borbonico" e non "esercito Borbonico" in quanto trattasi di aggettivo (ovviamante la mia ossservazione non vale per l'Esercito Italiano, che è il nostro).

GBC

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