Fuori dai denti: Jacopo da Lentini illustre poeta dimenticato

07 novembre 2009 10:38
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(di Salvatore Antonio Pizzuto Antinoro) Jacobus de Lentino domini imperatoris notarius… oblitus!

Un illustre dimenticato dal programma filatelico italiano per il 2010, il poeta Giacomo da Lentini, ideatore del “sonetto”.

 

 Propongo di inserire questa celebrazione nel calendario delle emissioni filateliche.

  

Scavando nelle nostre reminescenze scolastiche forse potremmo ricordare chi fosse Jacopo o Giacomo da Lentini, notaio dell’Imperatore Federico II, lo “Stupor Mundi”, e signore del Castello di Garsuliato, com’è nominato in un documento del 1240, oggi in rovina, nel territorio del Comune di Mazzarino, in quel di Sicilia.

  

Del nostro poeta sappiamo che nacque a Lentini nel 1210 e che morì nel 1260, quindi il prossimo anno ricorrono i due anniversari cardini della sua vita: ottocento anni dalla nascita e settecentocinquanta dalla morte.

  

Jacopo da Lentini per uscire dalla sua quotidianeità di “notaro” si dilettava a comporre poesie e fu uno dei massimi esponenti, anzi il "caposcuola" dei rimatori, della Scuola Siciliana, la scuola poetica che ebbe gran fulgore alla corte dell’Imperatore Svevo, della quale fu straordinario mecenate.

  

Federico II riunì attorno a se, durante il suo periodo trascorso a Palermo, capitale del Regnum Siciliae, un cerchia molto eterogenea di dotti, notai, avvocati, medici, offrendo loro i benefici della sua augusta protezione e con i quali, si racconta, si intratteneva in straordinarie tenzoni poetiche, letterarie e filosofiche. Jacopo fu notaro della Magna Curia per circa sette anni fino al 1240, seguendo, molto probabilmente l’Imperatore nei suoi viaggi per il Regnum. Di questo periodo rimane una lettera, scritta di suo pugno, a papa Gregorio IX.

 

Alla corte imperiale si diede così vita ad un modello letterario nuovo, moderno, rispetto ai modelli letterari allora presenti nel resto delle corti feudali d’Italia, dove la lirica poetica era derivata dal modello offerto dalle corti provenzali e dalla lirica occitana.

  

Ma la peculiarità del Poeta siciliano è data dall’essere stato l’ideatore della forma poetica del “sonetto”, brevi componimenti di poesia, rimasti tipici e peculiari della Letteratura Italiana. Ma a lui sono attribuiti anche l’invenzione della canzone aulica, nei suoi vari schemi, della canzonetta di genere popolaresco, e del discordo. Per i più esperti, chi scrive confessa di non esserlo, il sonetto è tipicamente è composto di quattordiciversi endecasillabi raggruppati in duequartine a rima, alternata o incrociata e in due terzine a rima varia.

 

Meravigliosa-mente 

un amor mi distringe, 

e mi tene ad ogn'ora.  

Com'om, che pone mente 

 in altro exemplo pinge 

la simile pintura, 

così, bella, facc'eo, 

che 'nfra lo core meo 

porto la tua figura.

  

scriveva Jacopo in una delle sue composizioni più note, e persino il Sommo Dante Alighieri gli avrebbe riconosciuto il titolo di poeta per eccellenza e la paternità del “sonetto”, tanto da scrivere nella Divina Commedia, nel Canto XXIV del Purgatorio, nella cinquantaseiesima terzina, di sentirsi:

 

 

il nodo

che 'l Notaro e  Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!

Dove il “Notaro” è proprio Jacopo da Lentini. Dante lo cita anche nel “De vulgari Eloquentia” e ne prende a esempio una delle canzoni per la limpidezza dello stile e la bellezza dell’ornato con cui è scritta.

 

Le poche notizie che abbiamo su Jacopo da Lentini si ricavano appunto da Dante e dal manoscritto del “Codice Vaticano Latino 3793”, conosciuto anche come “Canzoniere Vaticano” oggi conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, che fu redatto a Firenze alla fine del XIII secolo, e che a tutt’oggi rappresenta il testo più importante e più completo della Scuola Poetica Siciliana. Ma rimangono anche degli atti notarili da lui sottoscritti in varie città dell’allora Regnum Siciliae che comprendeva nei suoi confini non solo l’omonima isola, ma tutto il Meridione d’Italia.

   

Della produzione poetica di Jacopo da Lentini ci rimangono 16 “canzoni” e 22 “sonetti”, probabilmente scritti dal 1233 al 1241, grazie ai quali egli diede la definitiva rielaborazione della lingua volgare dandogli forme e aspetti nuovi e distinti rispetto alla poesia provenzale e ponendo le basi definitive alla lirica letteraria della lingua italiana. Ma Jacopo dimostra nelle sue rime di essere dotato anche di una notevole acutezza psicologica

 

Jacopo da Lentini morì nel 1260 in luogo che non conosciamo, quando la Scuola Poetica Siciliana era già in fase di declino, dopo la morte di di Federico II, avvenuta nel 1250. Alla morte diManfredi nel 1266 la Scuola Poetica Siciliana, straordinaria fucina di sapere universale, cessò di esistere completamente. La sua tradizione fu ripresa, non certo con gli stessi risultati, daGuittone d'Arezzo, anche lui ricordato da Dante nella terzina riportata, e dai suoi discepoli, con cui fondò la scuola neo siciliana.

 

Ma il “sonetto”, la mirabile invenzione poetica di Jacopo da Lentini sopravvisse. William Shakespeare ha lasciato i “Sonetti”, un’opera composta appunto di 154 sonetti. Ma questa forma poetica è stata utilizzata da numerosissimi altri autori italiani, come il Fortini, e da stranieri. Due nomi su tutti: Charles Bodelaire e Fernando Pessoa.

 

Speriamo che la Consulta Filatelica possa prendere in seria considerazione la proposta di celebrare l’illustre “Notaro” e poeta siciliano che ci ha lasciato in eredità la forma poetica per eccellenza, e con lui tutta la Scuola Siciliana, che ha inconsapevolmente gettato le fondamenta della moderna lingua italiana.

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