La storia dell’umanità procede sempre a salti e rimbalzi: ma descrive ampi cerchi concentrici. Ad un’epoca di facili e scomposte fughe in avanti, segue spesso un veloce ed a volte difficile, se non doloroso, ritorno.
Negli ultimi 40 anni le Organizzazioni sindacali hanno di fatto rivestito un ruolo condizionante e qualche volta determinante, in merito agli aspetti più rilevanti della vita del Paese.
Il potere loro conferito da una lunga sequela di leggi, adottate da un’altrettanto lunga sequenza di Governi (di tanti colori), era palesemente eccessivo, forse persino dannoso per la credibilità e l’attività del sindacato, che veniva massimamente politicizzata e che pertanto “cedeva” ad esigenze politiche o particolari di singoli, non sempre esattamente coincidenti con l’interesse dei lavoratori e quelli generali del Paese.
E proprio il ruolo politico svolto dal sindacato, ha determinato un suo posizionamento anomalo, che è peculiare del sistema italiano: non sindacati di categoria, ma categorie di sindacati, schierati come partiti, dalla destra all’estrema sinistra.
Il Governo, che vanta una maggioranza schiacciante quanto coesa, con un consenso a livelli “imbarazzanti”, come più volte affermato da Silvio Berlusconi (ieri stimato al 75%, come dichiarato da un mai imbarazzato Premier), sta portando avanti un’azione “determinata”, operando esattamente in una situazione opposta a quella del precedente Governo Prodi, impossibilitato a governare adeguatamente il Paese, paralizzato da profonde ed insanabili lacerazioni interne, ideologiche prima che politiche.
L’azione dell’Esecutivo ed in particolare quella del Ministro Brunetta, sta riformando in pochi mesi, il quadro dei rapporti tra politica, Pubblica Amministrazione e Sindacati, stratificatosi dal dopoguerra ad oggi.
Gli obiettivi del Ministro appaiono chiari ed egli stesso non ne fa mistero: ridimensionare alcune abnormi situazioni venutesi a creare nel tempo (invero per motivi politici), nell’ambito della Pubblica amministrazione, razionalizzarne e normalizzarne l’attività, e rideterminare, meglio ridimensionare il ruolo del sindacato.
Il lavoro impostato in questo primo anno di attività, viene perfezionato oggi nella bozza del Decreto che il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’innovazione, sta per proporre al Consiglio dei Ministri, dove prima ancora dell’assenso del Governo, dovrà ottenere quello di Tremonti: ma questo non sembra un problema.
Vediamo nel dettaglio cosa profila la bozza di Decreto Legislativo sulla Pubblica Amministrazione.
Per quanto riguarda i Contratti, viene prevista una drastica riduzione del numero di quelli nazionali: resterebbero soltanto due grandi contenitori, uno per le Amministrazioni Centrali e uno per quelle periferiche o locali.
I grandi contratti, come quello della scuola, non esisterebbero più, perché verrebbero unificati: scuola, ministeri, agenzie fiscali, etc., in un unico calderone alchemico.
Mentre quello della Sanità, verrebbe accorpato a quello di Comuni, Province,
Regioni ed enti locali minori, da distillare in un altro pentolone.
La bozza prevede che ogni anno venga stilata una classifica dei dipendenti Pubblici e in base alle risultanze di questa si decideranno stipendi e carriere.
Per quanto riguarda il salario accessorio, il nuovo sistema tassativamente obbligatorio, prevede tre grandi aree.
Il 25% dei dipendenti identificati nel top della produttività, avrà il premio maggiore (base 100); il 50% dei dipendenti, collocati subito dopo, avranno un salario accessorio medio (ovvero 50), mentre il rimanente 25% dei dipendenti, che si collocheranno nella “parte bassa del tabellone”, dovrà accontentarsi del salario base: l’incentivo di produttività sarà uguale a … zero.
Un meccanismo che paradossalmente potrebbe, stimolando il vertice, disincentivare una larga base costretta a rincorrere un traguardo mobile, ma è un’idea concorrenziale e “privatistica”, che evidentemente piace al Ministro.
Il provvedimento è destinato a incidere profondamente sul rapporto di pubblico impiego:
tutto il contenuto del testo sembra preordinato ad obbligare, le Amministrazioni a distribuire le risorse economiche in modo estremamente differenziato, in base al merito.
L’altro obiettivo sembra appunto quello di ridurre (se non neutralizzare) il potere di intervento dei sindacati in merito al salario, alle procedure disciplinari, all'organizzazione del lavoro.
E’ evidente la sussistenza di un problema, la cui soluzione sarà esiziale per la riforma: ovvero, a chi affidare le valutazioni?
Su questo punto vi sono le maggiori incertezze: si fa cenno ad un “Organismo per la valutazione" in ogni Amministrazione, che verrebbe nominato dal responsabile di livello politico, ma viene richiamata anche la competenza dei dirigenti per giudicare il lavoro dei dipendenti sottoposti.
Il sistema di valutazione servirà anche a stabilire chi deve fare carriera e chi no: il giudizio inciderà anche sulle promozioni, gli avanzamenti economici, l'assegnazione di incarichi, e persino sull’accesso ai corsi di formazione.
Il sistema di valutazione e di controllo, risulta complesso e vengono istituiti una serie di nuovi Organismi. Nasce un Comitato dei garanti che deve esprimersi ogni volta che un dirigente viene rimosso dall'incarico.
La ciliegina sulla torta e l’Authority indipendente per la valutazione, per la quale si prevede un costo di 4 milioni di Euro l'anno. I suoi cinque componenti, di nomina governativa, riceverebbero uno stipendio di 300 mila Euro l'anno. Non male.
Ed ora la parte politicamente più importante ed innovativa del provvedimento. Si torna al rapporto di pubblico impiego non pattizio, regolato massimamente dalla legge e non da norme contrattuali (si torna verso il sistema del DPR 3/1957).
Dunque la materia oggetto di contrattazione si riduce (azzardiamo un numero a freddo: del 70%) e proporzionalmente si riduce il potere dei sindacati.
Per l’approvazione dei contratti nazionali diventa assolutamente vincolante il parere della Corte dei Conti. Gli accordi integrativi decentrati subiranno infine, il vaglio del Ministro della Pubblica Amministrazione.
Dulcis in fundo, viene decretata la incompatibilità fra attività sindacale e dirigenza: gli ex sindacalisti non potranno essere nominati alla guida di un ufficio, né potranno entrare negli organismi di valutazione.
Un provvedimento articolato ed ambizioso i cui effetti operativi saranno da verificare in concreto nella realtà delle PP.AA. italiane, un universo molto variegato, le cui risposte alle riforme sono state spesso rappresentate con un muro di gomma.
La visione del Ministro Brunetta dunque si allarga, e forse a breve comprenderà un’analisi meritocratica degli stipendi d’oro di alcune PP.AA., a partire dal Senato della Repubblica dove i commessi godono del discreto stipendio di 8.000 Euro mensili (pari a quello di due dirigenti dell’agenzia delle Entrate).
E’ possibile inoltre che una visione ampia e profonda della P.A., faccia pervenire all’attenzione del Ministro i dati numerici sulle posizioni dirigenziali di “ricerca e studio” (sic) istituite con provvedimenti dei Direttori Generali. Così come delle altre posizioni di “ricerca e studio”, che pur non previste dagli Organigrammi, e non istituite con specifico provvedimento, sono conseguenza (come da CCNL dei dirigenti pubblici vigente) del non rinnovo del contratto “operativo”, a dirigenti ritenuti al momento “non indispensabili” alle Strutture. Sapremo così quanti sono e cosa fanno: in particolare cosa studiano.
E se dovessero rivelarsi inutili, o utili solo politicamente, il Ministro Brunetta sicuramente deciderà di sopprimere le posizioni dirigenziali di “ricerca e Studio”… tutte e per Decreto (vista l’urgenza), come ha fatto per il salario accessorio dei pubblici dipendenti (non dirigenti). Si può fare.