Rito del referendum, una turlupinatura. Come prendere
in giro milioni di italiani e farla franca

di Salvatore Parlagreco
22 giugno 2009 16:41
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Il referendum sulla riforma della legge elettorale ha mancato il quorum. Il rito si è svolto senza patemi né sorprese. E’ diventata l’icona dell’ipocrisia nazionale, della politica politicante, della presa per il culo a banda larga, del pragmatismo più rozzo e spietato, dell’inciucio democratico. Ma è anche uno dei tanti sprechi, forse il più irritante, che ci viene offerto dai polli di combattimento che razzolano nei recinti dei Palazzi.

 

C’è da preferire gli harem delle tenute di mare ai luoghi dellla finta democrazia dei venditori ambulanti di referendum a basso costo (morale). Da quattordici anni nessuna consultazione popolare centra il bersaglio del quorum, perché i politicanti da strapazzo si sono fatti furbi e puntano sull’astensione piuttosto che su voto. In più possono presentare la mappa delle paraculate che le Camere hanno regalato agli italiani che, come dei tordi, sono andati a votare credendo che la loro volontà contasse qualcosa.

 

Ci riferiamo all’era glaciale, quando ai referendum i cittadini partecipavano, ignari della turlupinatura.

 

Come si fa a persuadere un cittadino comune, non aduso ai costumi dei Palazzi, che andare a votare è un dovere oltre che un diritto e che se non ci vai a votare, gli altri votano per te e devi digerire il pasto consumato?

 

Come si fa ad accompagnare con mano l’elettore al seggio referendario se tutti i precedenti, con qualche eccezione, testimoniano in maniera incontrovertibile che qualunque sia l’esito della consultazione, il giudizio del popolo non conterà niente?

 

Quanto ha contato, infatti, il voto a larghissima maggioranza dato dagli italiani sul finanziamento pubblico dei partiti?

 

Meno che niente, entro pochi mesi le Camere votarono una legge che istaurava il rimborso elettorale, che distribuisce risorse ben maggiori del finanziamento pubblico.

 

I èadroni del vapore fecero di più: le assemblee legislative – cioè i consigli regionali, in testa l’Assemblea siciliana e le Camere - hanno istituito i contributi per ogni singolo parlamentare e per il suo gruppo politico. Una montagna di soldi che vengono consegnati senza obbligo di darne conto, nemmeno una dichiarazione formale di avere speso il denaro per fare politica. Insomma, si può fare quello che si vuole dei soldi che vengono dati ai gruppi parlamentari ed ai partiti attraverso i presidenti dei gruppi parlamentari.

 

Gli italiani avevano manifestato una volontà pressocché unanime di chiudere alcuni ministeri, affidando alle regioni i compiti espletati dai dicasteri nazionalmente (è il caso del turismo, per fare un solo esempio). Anche in questa circostanza si è deciso il contrario. E’ bastato modificare il nome del Ministero, lasciando intatte le competenze, ed ecco risuptanre i Ministeri ed i soldi per tenerli in vita.

 

Proprio alcuni giorni fa è stata nominata Ministra del Turismo Michela Brambilla con una grancassa mediatica incredibile, quasi che stesse per arrivare la Teresa di Calcutta dei viaggiatori. E questa sceneggiata è stata accuratamente preparata da coloro che fanno del federalismo il toccasana di tutti i mali. Perché il paradosso sta proprio in questo, i federalisti ripescano i Ministeri, togliendo funzioni e prerogative alle regioni Moptivo? Le regioni spendevano troppo e senza alcun coordinamento.. Giusto. Ma c'è bisogno di rimettere in piedi la burocrazia romana?

 

Sarebbe bastata una vigilanza “nazionale”, una legge di coordinamento, un osservatorio, dei paletti, un comitato di spesa.

 

Facile no? Ma questo avrebbe impedito di fare Michela la rossa Ministro, con il suo seguito di esperti, consiglieri, camnerieri, autisti e così via.

 

Chi volete che partecipi al referendum con questo chiaro di luna? Bisogna essere votati al martirio.

 

E non basta. Una volta i partiti – o meglio la partitocrazia vituperata – si mobilitavano sui referendum e non puntavano sull’astensione, temendo che l’avversario riuscisse a portare ai seggi la maggioranza richiesta. Ora la gente ne ha fin sopra i capelli di buggerature e non crede più a niente, o quasi. Sicché chi punta sull’astensione ha partita vinta, perché comincia con un tesoretto del trenta-trentacinque per cento di “assenze”.
 

La consultazione popolare, dunque, è morta, ma nessuno stacca il sondino perché non conviene: bisogna far credere che la democrazia funzioni, quindi il rito va compiuto.

 

Dopo essersi battuto come un leone per evitare che i cittadini partecipassaro al referendum in numero maggiore, indicendo la consultazione lo stesso giorno del voto alle europee, il Ministro dell’Interno, Maroni, cui è demandato il compito di preparare l’offertorio, ha fatto sapere che si poteva non votare piuttosto che far sapere che si doveva votare, come sarebbe richiesto ad un uomo di governo che abbia senso dello Stato.

 

Se un sacerdote deve occuparsi della cerimonia del battesimo e, invece, viene a darti l'estrema unzione, come la prendi?

 

Malissimo. Il nostro Paese non s'indigna, anzi: assume la comunione con lo stesso stato d’animo con cui accetta l'estrema unzione.  Ormai i confini sono diventati labili. Coloro che si battono per tenere in vita il referendum così com’è, e sono contrari all’eutanasia, hanno il compito di servire la messa della democrazia e non si faranno scippare certo questa prerogativa, altrimenti – come si dice – il re è nudo.

Cancellato il referendum, cancellata la possibilità di scegliere il candidato alle elezioni politiche, che cosa resta?


Il rito del referendum, sempre e comunque, pur sapendo che la partecipazione non ci dà diritto a niente.


Da più parti, anche dal governo, viene annunciato la volontà di modificare le regole referendarie. Come? Alzando l'asticella della richiesta di firme. Un'altra furbata. Non cambierebbe niente se invece che un milione dovessero essere due milioni le firme. Resterebbe il muro del 51 per cento.


A questo punto bisogna scegliere fra l'abolizione del quorum, in maniera da dare vitalità al referendum, stimolando la mobilitazione e la partecipazione al voto. O l'abolizione del referendum, così  non sprechiamo i denari dei contribuenti.

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angelo41 23 giugno 2009   13:02
L'utente ha risposto al commento anonimo del 23 giugno 2009. Visualizza »

"Il Paese assume la comunione con lo stesso stato d’animo con cui prende l’eucarestia"

Non sono cattolico, non sono un esperto, ma eucarestia e comunione non sono la stessa cosa?

Siete stati gli unici a scrivere chiaro perchè il referendum è abortito. Tutti i partiti hanno trovato  giustificazioni "pro domo sua" insostenibili ed anche ridicoli, come Fini che ha dichiarato: "gli elettori non sono andati a votare perchè i quesiti erano troppo tecnici e non li hanno capiti". Ma cosa dice.... gli elettori hanno capito, invece, che la loro volontà non conta nulla, perchè tanti referendum, in passato, sono stati disattesi ed allora.....

Anonimo 23 giugno 2009   12:20
L'utente ha risposto al commento anonimo del 23 giugno 2009. Visualizza »

Tra le varie proposte mi sembra di averne sentito una abbastanza seria: alzamento del numero delle firme (evitando rferendum su quesiti banali) e contestuale eliminazione del quorum (dando così valore a chi, come me, si illude ancora che sia importante esprimere le proprie opinioni votando e non andando al mare). Quanto al fatto che i risultati vadano poi disattesi (come ricordato finanziamento ai partiti e poltrona Brambilla), sta alla coscienza di tutti protestare e farsi avanti, per fortuna esistono ancora persone (come gli autori di questo giornale) che portano alla nostra attenzione quello che i mezzi di informazione "normali" tendono (fin troppo spesso) a sottacere o, peggio, a propagandare in maniera opposta a quello che sono in realtà.

Piuttosto che evitare quesiti referendari "banali" (il che sarebbe largamente opinabile), eviterei di promuovere (e qui la responsabilità è dei promotori) consultazione mirate ad una risoluzione solo "di facciata" del problema. Anche se si fosse raggiunto il quorum, alcune grosse magagne dell'attuale sistema elettorale sarebbero comunque rimaste vive e vegete, mi riferisco in particolare all' impossibilità di esprimere un voto di preferenza. Finchè continueranno ad esserci le liste bloccate, continueremo ad eleggere gente che non abbiamo scelto, che non ci rappresenta e con la quale non avremo, forse, occasione di scambiare nemmeno una parola nel corso del loro mandato.

 

Anonimo 23 giugno 2009   12:00
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Credo neanche chi ha scritto l'articolo.

Comunicarsi vuol dire prendere l'eucarestia, il corpo di Cristo.

Mi dispiace dirlo ma fortunatamente il tempo è l'unica medicina per una generazione di politicanti che si è ormai attaccata alla poltrona e ne vuole godere fintanto che gli anni lo permettono. Forse diventero' anziano pure io nel frattempo, ma prima o poi vi sara' un cambio generazionale, spero migliore.

Giacomo.

il cambio sta gia' avvenendo .. e con facce nuove...

non vede che Bossi ha gia' messo davanti al microfono il figlio?

e gli altri faranno altrettanto.

 

ormai siamo in mano ai ladroni.

 

Anonimo 23 giugno 2009   10:36

Tra le varie proposte mi sembra di averne sentito una abbastanza seria: alzamento del numero delle firme (evitando rferendum su quesiti banali) e contestuale eliminazione del quorum (dando così valore a chi, come me, si illude ancora che sia importante esprimere le proprie opinioni votando e non andando al mare). Quanto al fatto che i risultati vadano poi disattesi (come ricordato finanziamento ai partiti e poltrona Brambilla), sta alla coscienza di tutti protestare e farsi avanti, per fortuna esistono ancora persone (come gli autori di questo giornale) che portano alla nostra attenzione quello che i mezzi di informazione "normali" tendono (fin troppo spesso) a sottacere o, peggio, a propagandare in maniera opposta a quello che sono in realtà.

Anonimo 23 giugno 2009   09:29
L'utente ha risposto al commento anonimo del 23 giugno 2009. Visualizza »

"Il Paese assume la comunione con lo stesso stato d’animo con cui prende l’eucarestia"

Non sono cattolico, non sono un esperto, ma eucarestia e comunione non sono la stessa cosa?

Credo neanche chi ha scritto l'articolo.

Comunicarsi vuol dire prendere l'eucarestia, il corpo di Cristo.

Mi dispiace dirlo ma fortunatamente il tempo è l'unica medicina per una generazione di politicanti che si è ormai attaccata alla poltrona e ne vuole godere fintanto che gli anni lo permettono. Forse diventero' anziano pure io nel frattempo, ma prima o poi vi sara' un cambio generazionale, spero migliore.

Giacomo.

Anonimo 23 giugno 2009   07:38

io penso solo ai 480 milioni di euro che, si sente dire dai giornalisti, è costata questa "tornata elettorale"... e al fatto che in migliaia, come me, non arrivano a fine mese e, a proposito di Eucaristia, cominciano a pensare che in fondo Gesu' era povero e non girava scortato da centinaia di pupazzi in alabarda o rifocillato a dovere in qualche "casa" romana...

parlagreco 22 giugno 2009   19:31
L'utente ha risposto al commento anonimo del 22 giugno 2009. Visualizza »

"Il Paese assume la comunione con lo stesso stato d’animo con cui prende l’eucarestia"

Non sono cattolico, non sono un esperto, ma eucarestia e comunione non sono la stessa cosa?

Lei ha perfettamente ragione, è un errore cui siamo incorsi e ce ne scusiamo. Ovviamente abbiamo provveduto alla correzione. Grazie

Anonimo 22 giugno 2009   17:10

"Il Paese assume la comunione con lo stesso stato d’animo con cui prende l’eucarestia"

Non sono cattolico, non sono un esperto, ma eucarestia e comunione non sono la stessa cosa?

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