di Salvatore Parlagreco -

L’ispettore Erik Lonrot si era messo a studiare i diversi nomi di Dio per scoprire l’assassino di un rabbino. Giovanni Falcone si era messo a studiare i conti svizzeri per scoprire le trame dei delitti palermitani. Perché allora ricordo Lonrot? Forse perché Borges deve avere avuto in testa uno come Falcone per creare l’inquisitore più amato e controverso: la faccia schietta e familiare, i baffi ben curati, gli occhi furbi perennemente in movimento e capaci di penetrare i pensieri più nascosti. Un sorriso indecifrabile, riservato, mansueto; timidezza e piglio insieme. Umori cangianti, parole essenziali, pensieri appena accennati. E la malinconia in agguato.

Non sapremo mai se Giovanni Falcone abbia messo in conto la terribile fine.

Non sapremo mai se Giovanni Falcone abbia messo in conto la terribile fine. Se l’abbia messa in conto veramente. Quando mai smise di essere un inquisitore, a dispetto di avvertimenti, minacce, morti ammazzati che gli fecero rotolare tra i piedi?

Nel labirinto della solitudine ci sono tre linee di troppo, disse l’assassino di Lonrot prima di premere il grilletto. La temeraria perspicacia dell’ispettore non impedì l’ultimo crimine – quello compiuto ai suoi danni – ma permise di individuare la segreta morfologia della malvagia serie di delitti. E di considerare per l’ultima volta il problema delle morti simmetriche e periodiche.

Non ho avuto il tempo di raccogliere elementi utili per mettere insieme un ragionamento plausibile. Devo affidarmi a pochi elementi, per giunta tutti da verificare. E tentare di disporli su basi logiche: eliminare tutte le ipotesi, eccettuata una, quella che i fatti privilegiano. Banale, è vero, ma è meglio così che l’indagine a tutto campo degli investigatori che la sanno lunga e non sanno nulla.

I fatti, dunque. Sul tavolo di Giovanni Falcone, al ministero di Grazia e giustizia, era arrivato un documento di eccezionale importanza che spiegava le ragioni per le quali l’indagine milanese sulle tangenti richiedeva la rogatoria internazionale allo scopo di leggere alcuni conti correnti aperti nelle banche.

Il documento contiene nomi e numeri di conto? E quali?

«Lo avevo sentito al telefono proprio venerdì mattina e aveva parlato a lungo degli sviluppi della inchiesta», ha detto il sostituto procuratore Antonio Di Pietro.

Sabato alle 18,40 l’agguato mortale: Giovanni Falcone, la moglie Francesca e i tre uomini della scorta muoiono in un attentato al tritolo lungo l’autostrada Punta Raisi-Palermo. Che cosa si sono detti i due magistrati? Il contesto non offre garanzie di riservatezza. Già in passato Giovanni Falcone l’aveva sperimentato.

Nel corso di una audizione alla Commissione Antimafia – è il mese di giugno 1989 – riferendo sul fallito attentato all’Addaura (chili di tritolo rimasti inesplosi), Giovanni Falcone suppose che avessero cercato di ucciderlo per le sue indagini sul riciclaggio di narcodollari.
Il 21 giugno del 1989, giorno dell’attentato fallito, si trovavano a Palermo il Procuratore del Canton Ticino Claudia Del Ponte e un suo collega. Nel corso di una cena con Falcone, cena che precedette di alcune ore il deposito di tritolo su un piccolo molo all’Addaura, Claudia Del Ponte espresse il desiderio di recarsi nella villa a mare di Falcone: un appuntamento con la morte, se la borsa al tritolo non fosse stata scoperta dai poliziotti.

I due magistrati svizzeri si trovavano a Palermo per interrogare Leonardo Greco, boss di Bagheria, titolare di un conto di ben 10 milioni di dollari in una banca svizzera a Mendrisio (denaro depositato per conto di alcune famiglie siciliane ed italo americane). E’ una anteprima della strage di Capaci. Ci sono gli elementi essenziali: i santuari svizzeri dell’alta finanza internazionale e delle multinazionali del crimine, il riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite e affidato a un boss siciliano. Perfino l’esplosivo, identico a quello usato sull’autostrada di Punta Raisi. Stavolta, tuttavia, i conti appartengono a importanti uomini d’affari e personalità politiche. Ma solo a loro? La risposta sarebbe stata affidata alle nuove indagini, sulle quali Falcone avrebbe sicuramente mantenuto un ruolo chiave.  Non aveva mai abbandonato la vecchia pista svizzera, quella che nel 1987 aveva consentito di incastrare Vito Ciancimino grazie ad una distinta di accredito di una forte somma trovata in una valigetta di un boss di Cosa nostra (sicura prova dei collegamenti fra il leader politico e la mafia).

Da Palermo a Milano, da qui a Lugano corre un filo sul quale si potrebbe dispiegare la strategia «militare» che ha messo a punto l’assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre poliziotti. Nei conti svizzeri protetti dal segreto potrebbero celarsi i nomi di coloro che hanno deciso o finanziato la strage di Capaci. Se così fosse, il potere di cui dispongono i mandanti sarebbe enorme: le informazioni più riservate, il completo controllo del territorio, una struttura logistica quasi perfetta, mezzi e uomini efficienti.

Possibile che non abbiano commesso errori?

Sono uomini. Implacabili, efficienti ma solo uomini. Per giorni la fiducia nell’errore possibile ha tenuto insieme il filo dei pensieri. A dieci giorni dalla strage di Capaci, le notizie, le informazioni e le rivelazioni di pentiti e di amici e colleghi di Giovanni Falcone si sommano, si elidono, segnalano una pista, un movente. Ma anche il suo contrario. Deve esserci una logica anche in questo intrigo di sentimenti, ragioni, buona e cattiva coscienza che dal giorno dopo stimolano le esternazioni, fanno parlare i collaboratori della giustizia e litigare gli uomini che contano.

Il delitto perfetto non esiste. Quando l’assassino sfugge alla giustizia, l’inquisitore deve chiedersi dove ha sbagliato. E ricominciare da capo. Se la verità è ben nascosta, c’è sempre la realtà del giorno dopo ad offrire uno scenario da esplorare. E’ come toccare gli oggetti senza mai stringerli, è vero, ma è meglio che niente.

Ciò che emerge con assoluta chiarezza attraverso la successione degli attentati e delle minacce fatte a Giovanni Falcone, è la permanenza del pericolo. Una sentenza di morte pronunciata da sempre, che cerca il contesto giusto. Non solo il tempo e il luogo, ma anche, come dire, la soglia da non superare.

Vivere «a due pollici» dalla morte.

Giovanni Falcone sapeva di vivere «a due pollici» dalla morte. Ripetutamente domanda, come quel personaggio di Rabelais, quanto sia spessa la chiglia della nave sulla quale egli naviga. «Oh, sono tavole molto buone, doppie, spesse due pollici», rassicura il capitano. «Allora», conclude quello «noi siamo a due pollici dalla morte?».

23 maggio, gli eventi stavano camminando così velocemente che non è rimasto tempo agli assassini per valutare con il bilancino i pro e i contro dell’azione. Il contesto, dunque. Paludoso, ambiguo, confuso, eppure, per alcuni versi, semplice, veritiero, plateale. Esso rivela che l’attentato è stato eseguito dalle cosche siciliane. Potrebbero avere ricevuto un mandato. Una specie di contratto, alla stregua dei killer professionisti. Potrebbero avere ricevuto la collaborazione di qualche specialista esterno: l’uomo che ha preparato il congegno. Più che un contratto per uccidere, considero l’incarico, ammesso che vi sia un mandante esterno, un patto: una specie di joint-venture. L’organizzazione logistica, la rete informativa, le complicità diffuse sono le armi formidabili della mafia, armi che offrono una potenza di fuoco inimmaginabile. Il luogo non poteva che essere la Sicilia; ed in Sicilia, la provincia di Palermo; ed in provincia di Palermo, l’area più sicura, il territorio di Capaci.

«Il problema più importante, sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino è di assicurarsi l’impunità. Una costante per la mafia, ma non per il terrorismo. La protezione di Falcone a Palermo era più accurata che a Roma, ma l’omicidio è stato fatto a Palermo perché è un omicidio di mafia. Gli omicidi di mafia non possono farsi fuori, si devono fare dove la mafia controlla il territorio».

Guido Lo Forte, giudice del pool antimafia di Palermo e Francesco Di Maggio, il magistrato che ha lavorato presso l’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, giungono alle stesse conclusioni. «Potevano ucciderlo a Roma con maggiore facilità», osserva Lo Forte. E aggiunge: «Gli omicidi eccellenti si compiono in Sicilia, fa parte del rituale…». Di Maggio ricorda quanto gli riferì Falcone: «Finalmente, dopo anni di vita blindata, Giovanni a Roma poteva fare una vita quasi comune».

Ucciderlo a Roma sarebbe stato apparentemente più semplice, ma in realtà infinitamente più rischioso. «La certezza di non rischiare, osserva Borsellino, la si può avere laddove il controllo del territorio è totale».

La mafia non agisce «ovunque», vuole agire in sicurezza

Convincente, ma non del tutto. Borsellino fa un’acuta distinzione fra le abitudini della mafia e quelle del terrorismo. La mafia non agisce «ovunque», vuole sicurezza; il terrorismo accetta il rischio, ha bisogno di agire laddove ha individuato l’obiettivo da colpire. E, soprattutto, ha bisogno di far sapere. Se la sua azione rimane ignota, l’obiettivo fallisce. Il delitto viene compiuto perché tutti sappiano che il gruppo colpisce quando e come vuole, perché provochi sgomento e dia l’immagine di uno Stato debole, ingovernabile, da buttare giù. «Abbiamo fatto un regalo di nozze a Salvino Madonia», confida una voce ignota al centralinista del Giornale di Sicilia, la sera del 23 maggio. Salvino Madonia s’era sposato la mattina dello stesso giorno con Manuela Di Trapani, nelle carceri dell’Ucciardone. I Di Trapani regnano a Capaci e sono associati alla cosca dei Madonia. Possibile che abbiano voluto rivendicare la strage? Per guadagnarci che cosa? Prestigio, autorità, la gratitudine delle famiglie e l’opportunità di «rifarsi» l’immagine dopo i colpi subiti (tre fratelli ed il vecchio Don Ciccio in carcere)?

Salvino è conosciuto come il terrorista ed ha appena divorziato da Mela Flore, brigatista di Barbagia rossa. Fra terrorismo e mafia i confini sono divenuti labili? O le abitudini delle cosche si adattano ai tempi nuovi?

Guai a lasciarsi ingabbiare dagli schemi. In conclusione: Capaci è stata scelta perché offre garanzie di sicurezza e permette di agire in tutta tranquillità sul tratto di autostrada più favorevole: qui l’auto di Falcone e le vetture di scorta sarebbero passate. Con certezza. La distanza da Punta Raisi garantisce un tempo di preparazione sufficiente; ricevuto il messaggio, gli assassini hanno una manciata di minuti a disposizione. Una scelta quasi obbligata.

(continua)