“Diceva Giovanni che le istituzioni vanno rispettate a prescindere da chi le rappresenta”. Piero Grasso in un’intervista al settimanale “S”, ha espresso, di fatto, la sua opinione sul non-invito di Maria Falcone al presidente della Regione in occasione della cerimonia di commemorazione dell’anniversario della morte del fratello, Giovanni. Se avesse omesso l’incipit, quel “diceva Giovanni”, la sua opinione sarebbe rimasta quella che è: corretta e rispettabile, perché è un’opinione di una persona “per bene”, oltre che condivisibile.
Avrebbe potuto omettere, ma non l’ha fatto, ed abbiamo il dovere di chiedercelo. L’ipotesi più probabile, a nostro avviso, è che Grasso ha creduto di dare maggior forza e solennità alla sua asserzione. Potrebbe però esserci dell’altro. È difficile contraddire la sorella del magistrato più amato dagli italiani, seppure in modo elegante. Non osa farlo nessuno, sarebbe come arrecare un torto a Giovanni Falcone. Naturalmente non è così.
Se questo bisogno – rafforzare il proprio punto di vista citando Giovanni Falcone – l’ha sentito il procuratore generale antimafia, una figura autorevole, figuriamoci quali censure condannano un comune mortale che deve confutare la tesi di un congiunto di una vittima di mafia.
Piero Grasso, ad onor del vero, è fra quelli che chiama meno degli altri in causa “Giovanni” quando deve sostenere un argomento. Di recente ha espresso opinioni controcorrente sul “galateo” professionale dei magistrati e su una legge opportunamente sostenuta dal ministro della Giustizia del governo Berlusconi, senza chiamare in causa “Giovanni”. Alcuni suoi colleghi e molti giornalisti lo fanno con frequenza, ed altri – congiunti ed amici – citano ad ogni piè sospinto giudizi, opinioni, parole del magistrato.
Quel “diceva Giovanni” o “sosteneva Giovanni” precede, affianca, succede il contenuto del messaggio: è un intercalare sempre presente quando il tema affrontato è particolarmente delicato o si voglia fare passare un’iniziativa legislativa o un indirizzo giudiziario o avallare un comportamento procedurale; in definitiva è uno strumento di prevenzione efficace per mettere a tacere l’eventuale dissenso.
Il fatto che si citi a sproposito Giovanni Falcone o il contenuto della citazione sia poco condivisibile, e che quindi lo stesso Falcone, come ogni essere umano, possa essersi sbagliato, non è contemplato. Ed è questo il tradimento più grave.
Chi ha conosciuto Falcone ne ha apprezzato la laicità di pensiero, la disponibilità all’ascolto e, quindi, a cambiare opinione. Non si è mai atteggiato a padreterno e ha accettato il dissenso. Sono peraltro tanti gli amici, togati o meno, che quando era in vita si misero di traverso rispetto alle sue decisioni, ed oggi usano il “diceva Giovanni”.
È ovvio che si possa, anzi si debba, ricordare i criteri, le linee guida, gli indirizzi, le opinioni, i giudici e le iniziative giudiziarie di Giovanni Falcone, perché costituiscono un modello e fanno scuola. Ma una cosa è ricordare una circostanza, un’ordinanza, il brano di una requisitoria, un gesto pubblico rilevante, ed un’altra il generico “diceva Giovanni”, abusato e qualche volta sospetto.
Giusta o sbagliata che sia la citazione, il “diceva Giovanni”, resta infatti un “abuso” inelegante e, oggettivamente strumentale. Chiamare in causa una persona che non c’è più per sostenere le proprie tesi non fa onore a nessuno. Rivela una modesta considerazione di sé e la debolezza della propria tesi.




Un commento a "Quel “diceva Giovanni” usato
da amici, parenti e magistrati"
Concordo. Portare ad esempio il dottor Falcone per rafforzare il proprio pensiero, la propria opinione, la propria idea è quasi sempre qualcosa di possessivo, di proprio che si allontana dalla cultura, dalla figura, dalla condotta del magistrato palermitano. Un uso speculativo che adesso è in voga, specialmente in prossimità della ricorrenza di un atto barbaro che ha definitivamente dato libertà di manovra a chi apre la bocca per farsi propaganda, per commuovere, per attirare l’attenzione. Il dottor Borsellino ed il dottor Falcone credo abbiano altro da fare che essere disturbati dal loro esemplare vivere in pace con se stessi. Ricordiamoli e basta, senza citarli, non ne hanno necessità perché non hanno fatto nulla di speciale, solo il proprio dovere e chi come loro esegue il proprio lavoro non ha bisogno di essere idolatrato.