Chiamiamola “società del discorso”. È la stretta schiera di persone – uomini e donne – che partecipato ai talk show televisivi e radiofonici e ottengono spazio, con le lettere al direttore ed interviste nei giornali cartacei e sul web. Non abbiamo fatto un censimento, stimiamo che la società del discorso sia composta da una quarantina di individui: uomini politici, giornalisti, professori.

La società del discorso è una rappresentazione della società mediatica (dell’opinione, dello spettacolo, dell’intrattenimento ecc) ,  invece che rappresentare la realtà, la costruisce in base alle visioni del mondo delle ideologie, cui si ispirano coloro che ne fanno parte. La società del discorso trasmette e diffonde il proprio credo, più che comunicare. La partecipazione al rito del confronto consente agli “adepti” di emarginare, ignorare, estrapolare, discriminare contenuti e fatti che non sono partecipati come utili, importanti, interessanti.

Come ha spiegato lucidamente Michel Foucault ne “L’ordine del discorso”, “in ogni società la produzione del discorso è al tempo stesso controllata e selezionata in modo da scongiurare i poteri ed i pericoli e poterlo così padroneggiare”.

Il discorso è inibito a chi non ha ruolo, funzioni, carisma: si può parlare solo se si hanno le caratteristiche per farlo, e non sulla base dei contenuti, dell’arte affabulatoria, dell’interesse del tema eccetera.

I partiti si fanno rappresentare sempre dalle stesse persone, il mondo dell’informazione dai direttori di testata e dai cronisti politici. Siccome nei talk show si cerca la par condicio – gli strumenti per favorire una parte sono tantissimi – finisce che a rappresentare il giornalismo di centrodestra siano quattro gatti e che Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri, tanto per  fare un esempio, sono i protagonisti della piazza mediatica.

Per un decennio, dunque, le stesse persone hanno affrontato gli stessi argomenti nello stesso modo.

Trattandosi di talk show nazionali – la Rai e la Tv commerciale non hanno sedi strutturate nelle regioni – la società del discorso affronta temi di caratura nazionale e solo in qualche caso – grandi calamità, fatti straordinari- dibatte problemi locali.

La “periferia” soffre dunque di una doppia emarginazione: la prima, legata alla schiera ristretta degli “ospiti”, praticamente fissi; la seconda, legata alla assenza di argomenti di carattere territoriale.

I protagonisti della società del discorso hanno le loro radici culturali, naturalmente, ma questo non incide per nulla sul risultato: Angelino Alfano è siciliano, come Anna Finocchiaro, ma nessuno dei due a Ballarò o Porta a porta, riflette sui temi della Sicilia in un format dedicato alla crisi economica o alla sicurezza sismica.

In definitiva la società del discorso è un patto ad excludendum. Costituita per mostrare la civiltà democratica del paese, in realtà, ne illustra giorno dopo giorno, i grandi limiti.