Luigi Lusi in manette. Dopo avere salvato cani e porci, il Parlamento manda in galera il tesoriere. “Possibile che abbia potuto fare da solo, amministrato 214 milioni di euro?”, ha ripetuto alla bouvette di Palazzo Madama, dopo avere parlato in aula e appreso l’esito del voto a suo sfavore.
I senatori del Pdl, generosi fino al giorno prima, e alla vigilia liberati di ogni vincolo di partito, erano pronti a votare secondo coscienza, ma a poche ore dalla seduta è prevalsa un’altra tesi: l’Aventino, che se la vedessero loro con il senatore Lusi, quasi che si trattasse di un regolamento di conti “in famiglia”. Il fatto è che si tratta di rimborsi elettorali, soldi dei contribuenti, e non di una questione di famiglia o condominio.
Alla decisione di abbandonare l’aula nel momento del voto, si sarebbe arrivati dopo un’intensa attività di mediazione da parte del presidente, Renato Schifani, il cui ruolo sta crescendo di giorno in giorno nelle vicende interne del Pdl. Schifani non vuole offrire regali a Beppe Grillo, che è una sorta di convitato di pietra da qualche tempo a questa parte. Sarebbe stato Schifani a persuadere il partito che bisognasse lasciare fare al Pd e, di conseguenza, mandare in galera Lusi. In questo modo, il Pdl non avrebbe potuto essere accusato d’incoerenza (avendo salvato sempre i suoi uomini, e non solo) e il Senato non avrebbe dovuto rispondere di un altro “salvataggio” politico.
Il Senato si è trasformato in un’aula di giustizia, perché il giudizio – la galera – non è una valutazione di legittimità, se cioè Lusi stesse subendo o meno una persecuzione da parte dei magistrati, ma una valutazione di merito: le malefatte di Lusi vanno punite. Incombenza, quest’ultima, che spetta ai tribunali, e non ai senatori della Repubblica.
Prima di costituirsi nel carcere di Rebibbia a Roma, Lusi ha lanciato l’ennesimo avvertimento. “Sarò nella piena disponibilità dei magistrati e potrò fornire gli approfondimenti sull’intera vicenda, se gli inquirenti lo vorranno”. Parole che sono state analizzate con il bilancino del farmacista. Che cosa ha voluto dire? Con chi ce l’ha? Che cosa sta preparando? I magistrati non hanno voluto che riferisse tutto? Farà altri nomi, fra i destinatari delle sue paghette, oltre che Rutelli e Bianco? Vuole trascinare tutti nello scandalio. Si tratta di un messaggio?
Di sicuro, Lusi, vuole essere creduto su una circostanza che considera essenziale: non ha fatto tutto da solo, ha agito in pieno accordo con i vertici della Margherita. Se non ci fosse stata la volontà di Rutelli e Bianco, non avrebbe potuto fare quel che ha fatto. Gli interessati, com’è noto, respingono ogni accusa e non vogliono essere nemmeno sfiorati dall’idea di avere partecipato alla spartizione della torta. Una tesi che, però, alcuni componenti dell’Associazione, che ereditò i soldi della Margherita, confutano vivacemente, tanto da rivolgersi al tribunale civile per chiedere giustizia.
“C’è tanta ipocrisia e cinismo”, osserva infatti, Gaspare Nuccio, firmatario del ricorso in tribunale. “Noi non siamo stati nemmeno invitati ad esaminare i bilanci, pur facendo parte dell’Assemblea federale, incaricata per statuto di approvarli. Hanno fatto quel che hanno voluto. Se credono di cavarsela, togliendo di mezzo Lusi, si sono fatti male i conti. Una cosa è la responsabilità penale, eventuale, ed un’altra quella civile e politica. Pretendiamo la verità, per noi e per gli italiani”.



