Va a finire sempre così quando si esagera e si perde il senso della misura, credendosi dei padreterni. L’Italia è senza dubbio il pollo dalle uova d’oro perchè rende dal 5 al 6% a chi investe nel suo debito pubblico senza alcun rischio. Nessun business rende tanto e con tanta facilità. Ma questi alti tassi di interesse, per poter essere assicurati nei mesi futuri, attraverso i titoli di stato e lo spread, devono essere avallati da cattive notizie, da dubbi, incertezze, sommovimenti, sfiducie: veri o presunti che permettano alle società di rating e agli operatori finanziari di giustificare tali tassi.
E’ quindi quanto mai utile chiedersi quale sia la situazione finanziaria ed economica del nostro Paese e se sia giustificato il recente downgrading di due livelli effettuato da Moody’s; downgrading annunciato tra l’altro in violazione delle norme più elementari, e cioè durante l’apertura dei mercati asiatici, poche ore prima dell’apertura dei mercati europei e di un’importante asta di titoli di stato italiani. Moody’s avrebbe potuto e dovuto attendere il fine settimana a mercati chiusi.
Perchè non lo ha fatto? Per rovinare l’alto riconoscimento che sarebbe stato tributato all’Italia e a Monti nelle ore successive a Sun Valley in USA, da parte di alcuni dei decision makers più famosi, quali Bill Gates e Rupert Murdoch? O forse lo ha fatto perchè erano stati rinviati a giudizio dalla Procura di Trani, Ross Abercromby, vice president e senior analyst, e Johannes Wassemberg, managing director financial institutions di Moody’s i quali, secondo il PM che ha condotto l’inchiesta, Michele Ruggero, ”fornivano intenzionalmente ai mercati informazioni tendenziose, distorte (e come tali falsate)…”, effetuavano una ”scelta mirata dei tempi” e impiegavano ”tecniche argomentative suggestive, ambigue e foriere di allarme”. Inoltre, nel loro rapporto del 6 maggio 2010, a mercati aperti, suggerivano ”intenzionalmente una relazione tra il rischio Grecia e la rischiosità delle banche italiane: relazione e rischiosità a quella data inesistenti e tuttavia proprio in diretta conseguenza dell’annuncio percepite come realmente esistenti”.
Moody’s voleva farsi beffa dell’Italia ma, a giudicare dai risultati, sembra che sia stata l’Italia a farsi beffa di Moody’s, piazzando i BTp ad un tasso di rendimento più basso del precedente, 2,74%, chiudendo la borsa in territorio positivo (0,96) e senza un preoccupante incremento dello spread.
Ma aldilà di queste supposizioni, c’è da chiedersi quali sono le ragioni di fondo che hanno suggerito ai mercati di non seguire le indicazioni di Moody’s. Ne elenchiamo diversi dopo aver effettuato le necessarie verifiche alquanto complesse per la frammentarietà dei dati in continua evoluzione.
La prima ragione è senza dubbio il cambio di prospettiva finalmente in atto nei confronti delle agenzie di rating. Moody’s ad esempio, è una public company americana che ha come azionista di riferimento Warren Buffett. Ad essa e alle altre agenzie di rating si riconosce unanimamente un gravissimo errore di valutazione, voluto o involontario, nel caso Enron, nell’assegnazione di A2 alla Lehman Brothers poche ore prima del fallimento e di Aa3 al gigante assicurativo Aig, coinvolto nel gravissimo scandalo dei derivati e che è costato al contribuente americano 170 miliardi di dollari per poter essere salvato e solo in parte recuperati. Per non parlare di tutte le altre valutazioni positive fasulle che hanno impedito di percepire e bloccare in tempo la bolla speculativa che ha dato il via alla gravissima crisi all’interno della quale ancora oggi ci muoviamo.
Per non parlare della consapevolezza da parte della comunità internazionale del persistente conflitto di interessi all’interno delle società di rating, dovuto alle consulenze pagate dalle società sottoposte a rating alle stesse società che emettono il rating. Critiche pesanti queste rivolte non soltanto a Moody’s ma anche a Standard & Poor’s e a Fitch. Finalmente si riconoscono i gravissimi limiti di queste società e ci si chiede perchè gli organi di controllo non hanno assunto fino ad ora le necessarie misure correttive e punitive sia negli USA che in Europa, ad eccezione di qualche modesta scaramouche.
Non dimentichiamo che la grande crisi di quattro anni fa, di cui Moody’s è testimone e complice, è costata agli Stati Uniti sui 3 mila miliardi di dollari, il costo della seconda guerra mondiale (!) con un effetto domino non meno grave sulla vecchia Europa non adeguatamente attrezzata e costretta a pagare un costo non meno importante.
La seconda ragione è il cambio di prospettiva finalmente in atto nei confronti della dittatura dello spread tra BTp e Bund tedeschi che non riflette affatto il rapporto esistente tra le economie dei due Paesi, a giudicare degli elementi di gran lunga positivi del nostro Paese che non vengono tenuti in debita considerazione essendo fino ad ora prassi corrente considerare esclusivamente il debito pubblico e il rapporto tra PIL e debito.
La terza ragione è che i dati certi, accertabili e accertati dimostrano un netto miglioramento dei conti italiani in termini di sostenibilità anche se rimangono diversi fattori di criticità. Questi alcuni dati significativi:
Il debito attuale è del 123,5% con una spesa per interessi passivi stimata in 80,7 miliardi. Il deficit stimato quest’anno si attesta sul 2%.
Malgrado questo enorme debito, siamo di fronte ad un possibile pareggio di bilancio atteso per il 2013 in quanto il saldo primario (al netto della spesa per interessi) sarà del 3,4% nel 2012; e del 4,9% nel 2013. Inoltre il saldo di parte corrente (dunque risparmio pubblico) che è dello 0,9 per cento nel 2012, sarà del 2,1% nel 2013. Le due variabili (saldo primario e saldo di parte corrente )sono in grado di compensare l’onere per interessi (5,4%). Non dimentichiamo che l’Italia è il solo Paese in Europa con un avanzo primario al 3,4 per cento e che ha una ricchezza privata ben superiore al debito pubblico e un patrimonio d’arte e cultura inestimabile e ancora adesso minimamente valorizzato. Il Governo attuale sta ora esaminando la convenienza ad alienare parte del patrimonio ricavandone un 20 miliardi di Euro all’anno da destinare alla riduzione totale del debito.
Positiva la tenuta dei conti: 29,1 miliardi, rispetto ai 43,9 miliardi del 2011 e destinata a ridursi nel 2013 a circa 17 miliardi di euro.
Alla luce di questi dati, si deduce che se i conti si mantengono in linea e se non si forma nuovo debito, può bastare una crescita del Pil nominale del 2,5% per cominciare a ridurre naturalmente il nostro pesantedebito. Naturalmente tutto questo comporta una solida ripresa della crescita e la non adozione di misure che aumentino la pressione fiscale già attestatasi al 45% e non ulteriormente sostenibile.
Il miglioramento della situazione finanziaria del Paese, si riflette già sui tassi a breve, a medio e a lungo termine. Alla fine del 2011, ad esempio, i tassi a breve erano addirittura più alti di quelli a lungo. Nella seduta del 9 novembre, Il BoT a 12 mesi aveva raggiunto un tasso del 9,47% mentre il decennale si era fermato al 7,49%: segno chiarissimo che il mercato scommetteva nel default dell’Italia. Situazione opposta allo stato attuale. in cui i BTp a un anno, hanno segnato il 10 luglio scorso un tasso del 2,74%; lo yield della scadenza triennale era al 4,63% mentre quello i BTp a 5 anni registravano un tasso medio del 5,38%.
Accanto a queste considerazioni di natura prettamente finanziaria, è necessario ricordare altri elementi non meno essenziali per valutare la salute economica e la capacità di sviluppo di un Paese come l’Italia che le società di rating ignorano del tutto.
E’ da ricordare innanzitutto che l’Italia mantiene intatta la sua capacità produttiva anche se le banche italiane, secondo i dati Bloomberg sono quotate in borsa un quarto dei loro patrimoni reali. Ne è prova il fatto chel’Italia è ancora oggi il secondo produttore europeo di beni e servizi dopo la Germania e il terzo esportatore di oltre 5.000 prodotti; mentre si conferma leader in settori vitali quali grandi opere infrastrutturali: canali, dighe, ponti oltre all’ aerospaziale e a settori importanti quale moda, design, architettura, arredamento, prodotti agroalimentari e agroindustriali di qualità…
Gli Italiano siamo un grande popolo con troppo poco orgoglio e stima di noi stessi. Rimarremo un grande popolo fino a quando continueremo ad adottare i valori dell’Umanesimo classico, rinascimentale e cristianocome fondamento della struttura della organizzazione sociale, economica e religiosa e sapremo con forza opporci senza mezzi termini alla finanziarizzazione dell’economia e alla trasformazione dell’uomo da fine a strumento.
Siamo di fronte ad una guerra epocale, una guerra tra le due culture: quella americana – anglosassone che pone il dio Capitale come fine e quella Mediterranea che vede l’uomo come il vero punto focale della nostra azione. Il nostro vero problema è stato quello di aver dato carta libera e di aver assegnato una fiducia estrema alla cultura e al modello americano-anglossassone e a non aver affrontato con decisione le gravissime criticità della cultura mediteranea. Insieme, queste due criticità hanno dato vita ad una autentica bomba di distruzione di massa paragonabile ad una bomba atomica dai costi incalcolabili.
Siamo ancora in tempo a cambiare, come abbiamo fatto durante i momenti gravissimi della nostra storia. Affrontiamo il problema e rifondiamo le nostre società aldiqua e aldilà dell’Atlantico; al nord e al sud dell’Europa ritrovando quella solidarietà e quella concretezza che, sole, potranno salvarci tutti.
Il nostro futuro non si risolve soltanto razionalizzando la finanza e l’economia italiana ma razionalizzando le nostre istituzioni europee e internazionali, prima tra tutte la BCE che dovrà essere dotata degli stessi poteri della Federal Reserve e offrire all’Italia una massa monetaria all’1% per ridurre al più presto il proprio debito oltre alla realizzazione di una unione bancaria, economica e politica della vecchia e gloriosa Europa.



