Senti Ilva, Taranto, ma è come se sentissi Gela, Augusta, Milazzo, Mestre. Tutti i luoghi in cui il lavoro è stato barattato con la salute, perché non c’è mai stata alternativa vera fra il vivere alla giornata e disperarsi per raccattare qualcosa da portare a casa, e respirare aria inquinata, rinunciare ai boschi, al mare pulito, ai fiumiciattoli tersi. Tutto ciò che madrenatura ci ha regalato senza chiedere altro in cambio che non sia la sua permanenza, la tutela, il buonsenso.

Il dramma pugliese non è vissuto soltanto a Taranto ma ovunque il baratto c’è stato e la gente ha dovuto convivere, e continua a farlo, con i guasti provocati dall’industrializzazione selvaggia. Che siano i siti del Mezzogiorno quelli che hanno subito di più, regalando al Paese energia, materia prima e un una buona bilancia commerciale, con la petrolchimica, la raffinazione e il gas, non è un segno del destino, ma uno stato di necessità.

L’industria primaria viene ospitata in ogni parte del mondo laddove il bisogno di lavoro è più pressante e lo stato dell’economia più debole. Per Gela, Augusta e Milazzo, la raffinazione e la petrolchimica sono state vissute come una palingenesi, il deus ex machina delle tragedie greche, il dono del Padreterno.

Da cinquanta anni l’industria di base uccide i boschi, rende l’aria irrespirabile, imbratta qualunque cosa gli stia attorno, provoca danni alla salute, ma solo a mettere sullo stesso piatto della bilancia, il lavoro da una parte e la salute dall’altra, è apparso blasfemo, irresponsabile, pericoloso.

E’ vero, la Costituzione italiana avverte che c’è un diritto alla salute ed un diritto al lavoro, ma è il secondo che viene prima, ed è il primo che viene sacrificato. Ora tutto questo è andato avanti senza traumi fino a che non è esploso il caso dell’Ilva di Taranto. E a Gela, Milazzo, Augusta ed altrove hanno cominciato a riflettere sul passato, che non può essere modificato, e sul presente che poterebbe invece essere modificato.

In tutti i siti petrolchimici, tuttavia, si sono vefrificate crisi determinate dalla polluzione petrolifera nelle acque, dall’inquinamento dell’area e dalla distruzione del paesaggio; in tutti i siti si sono fatti i conti con la salute dei cittadini, si sono contati i casi di morti sospette, di bambini malformati, di malattie respiratorie; in tutti i siti ci sono state iniziative della magistratura, alle quali sono seguite pannicelli caldi, e reazioni preoccupate da parte del mondo operaio, preoccupato (a ragione) di perdere il posto di lavoro. Un contenzioso mai del tutto sopito, anche se cento volte superato dallo stato di necessità.

Ora l’Ilva ha messo il dito sulla piaga. Le conseguenze dell’inquinamento – marino ed atmosferico – e l’assenza di interventi di risanamento, ha trasformato lo stato di necessità in una bomba ad orologeria, pronta ad esplodere, con decine di migliaia di cittadini inferociti e decine di migliaia di operai preoccupati di perdere il posto, perché la magistratura, a differenza che altrove, ha deciso di sequestrare gli impianti.

Trattandosi della più grande acciaieria d’Europa e di ventimila unità lavorative – un’industia di base irrinunciabile per il Paese ed una perdita di posti di lavoro in grado di mettere in ginocchio l’intera Regione Puglia – è intervenuto anche il governo nazionale per “trattare” la resa dell’industria allo scopo di fare sopravvivere l’industria.

Si scontrano le buone ragioni delle due parti – i lavoratori ed i cittadini sequestrati dall’acciaieria – e vieno allo scoperto il torto, immane, dell’industria, che ha scelto di non investire sulla salute dei suoi dipendenti e della comunità che la ospita. Chiudere e mandare a casa 20 mila operai o continuare a ingurgitare veleni?

A differenza che in passato, una parte del mondo operaio, segnatamente il sindacato della Fiom, ha deciso di non scendere in sciopero per protestare contro la chiusura degli impianti “a caldo”, perché questo – è stato spiegato – avrebbe fatto della magistratura tarantina una controparte e sarebbe profondamente ingiusto.

Il governo nazionale, a differenza che in passato, è intervenuto per trovare una soluzione “di transizione” al fine di evitare la chiusura e costringere l’industria a fare ciò che deve in tempi certi. La Procura ed il Gip di Taranto, a differenza che in passato, ha ordinato il sequestro degli impianti fino a che non si aggiusterà tutto. L’industria, a differenza che in passato, ha deciso che stando così le cose, chiuderà battenti, e non solo a Taranto, ma ovunque l’Ilva esercita la sua attività perché senza la casa madre non si può lavorare altrove.

Si consuma un ricatto, ancora uno, o si è alla vigilia di una svolta che permetta a tutti gli attori – l’industria, il sindacato, le autorità locali e di governo, la magistratura – di voltare pagina e trattare la questione in modo che siano salvaguardati entrambi i diritti, il lavoro e la salute?

Tutto dipenderà dal rigore con cui verrà affrontata la questione, dalla consapevolezza che non sarà più possibile trasformare il duplice diritto, alla salute ed al lavoro, in un duello, uno scontro che  veda l’uno o l’altro prevalere.

Quanti credono che in questa storia i buoni stiano da una parte e i cattivi dall’altra, si sbaglia. Hanno chiuso gli occhi tutti, una volta gli uni e una volta gli altri, nessuno escluso. La magistratura ha subito, e qualche volta, senza troppi dolori (non ci riferiamo all’Ilva), il sindacato ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco (e qualche volta ha esercitato il comparaggio), l’industria ha creduto di risolvere il problema, sbagliando, elargendo doni e privilegi, le autorità locali, regionali e nazionali, hanno omesso di esercitare funzione, prerogative e competenze che spettavano loro per non inimicarsi i lavoratori e l’industria.

Ora è tutto più chiaro, grazie a Taranto. E non sarà più come prima, perché la soluzione non potrà che essere sì, un compromesso, ma trasparente e “di principio”. E’ bene, dunque, che anche a Gela, Augusta e Milazzo si diano una mossa ed alzino la guardia per evitare di arrivare all’ultimo stadio, come a Taranto.